Quando venne fondato l’Ospedale degli Innocenti, nel lontano XV secolo, quale luogo destinato ad accogliere, accudire e tutelare l’infanzia abbandonata e in difficoltà, in pochi ebbero la percezione della grandiosità ma soprattutto della longevità di quel progetto.

Oggi l’Ospedale degli Innocenti, divenuto sede museale, non è soltanto l’esempio più noto e più alto dell’architettura rinascimentale e di una nuova concezione dell’uomo, ma è soprattutto il simbolo di una città, Firenze, che seppe dimostrarsi assolutamente moderna e all’avanguardia, dimostrando il proprio benessere e la propria bellezza anche attraverso la solidarietà e l’assistenza a categorie disagiate.

Attraverso il profondo legame tra opere d’arte, architettura e memoria documentaria, l’Ospedale racconta l’unicità di quella istituzione che, dal 5 febbraio 1445, non ha mai smesso di occuparsi dell’infanzia.

La prima fase dei lavori: 1419-1427

La storia dell’Ospedale ebbe inizio nel 1419. Fu in quell’anno che l’Arte della Seta, finanziatrice e fondatrice dell’istituzione, scelse la zona di “Cafaggio” per l’erezione di un nuovo ospedale dedito all’accoglienza di trovatelli. Difatti nel 1410 Francesco Datini, mercante e banchiere pratese, aveva lasciato alla città di Firenze la somma di 1000 fiorini per la costruzione di un luogo destinato ai bambini abbandonati e il Comune, come di consueto, aveva incaricato della gestione di questo fondo la suddetta Arte.

Dopo aver individuato il terreno adatto alla nuova fabbrica, ci si preocupò di scegliere l’architetto che si sarebbe occupato del progetto. Un solo nome venne fatto, quello di Filippo Brunelleschi. Questi, infatti, non solo era maestro già molto noto, vincitore da qualche anno del noto concorso per la Cupola di Santa Maria del Fiore, ma era oltretutto iscritto all’Arte della Seta. Nella doppia veste di conduttore dei lavori e di rappresentante della Corporazione, Brunelleschi mise a disposizione la propria perizia tecnica, dando vita alla prima architettura rinascimentale della storia.

Se nella concezione dello spazio, come diremo, l’architetto elaborò un progetto assolutamente rivoluzionario, dal punto di vista planimetrico e funzionale la nuova struttura  non si discostava troppo dal modello degli Ospedali medievali fiorentini: due corpi paralleli di ugual volumetria, intorno a un cortile, perpendicolari a un portico di accoglienza rivolto verso la città. I lavori a questa prima fabbrica, avviati di fatto nel gennaio del 1421, poterono dirsi conclusi entro il 1427, anno in cui si registrò l’ultimo pagamento a Filippo Brunelleschi.

La nuova concezione brunelleschiana: il Loggiato

Il disegno dell’Ospedale degli Innocenti fu per Brunelleschi l’occasione per fissare i principi della sua nuova concezione dell’architettura. Un’architettura che, dopo molti secoli, tornava finalmente a misurarsi con i bisogni dell’uomo e che si poneva “al servizio della comunità, rivelando la sua intrinseca potenzialità di trasformare e plasmare lo spazio praticabile”.

Proporzione ed armonia furono le linee guida del nostro Brunelleschi che lavorò, qui per la prima volta, con la ripetizione del cosiddetto modulo, ovvero con la scelta della misura di un elemento base su cui si sarebbero calcolate poi tutte le altre misure dell’edificio.

Nel Loggiato il modulo è la colonna. La sua altezza, difatti, dalla base al capitello, è uguale all’intercolumnio (la distanza tra le colonne) e alla profondità del portico. Si venivano così a creare, mediante l’uso del modulo di 9 braccia fiorentine (equivalenti a circa 5,30 metri), delle perfette scatole cubiche sormontate da una mezza sfera.

Assolutamente inedito fu anche l’uso dei materiali con il gioco bicromo dell’intonaco bianco e della pietra serena che doveva marcare le membrature architettoniche. Originale fu anche l’utilizzo dell’ornato “all’antica” nei capitelli corinzi, i primi di corretta imitazione classica, nelle mensole a foglia di acanto e nelle modanature intagliate a germogli.

Per accedere al portico bisognava – e bisogna – salire nove gradini; e nove sono anche le rispettive arcate a tutto sesto, su cui corre la lunga fascia marcapiano. Tra un arco e l’altro si dovevano trovare quegli “occhi tondi e scorniciati e begli” che, nudi, avrebbero continuato a rimarcare il gioco tra pieni e vuoti. Ma, come diremo tra breve, l’idea brunelleschiana venne presto tradita.

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Filippo Brunelleschi, Cupola

Le trasformazioni del Loggiato e la fine dei lavori

L’armonia della struttura dell’Ospedale, che nasceva da uno studio attento dell’arte antica e da accurati calcoli matematici, venne in parte alterata già pochi anni dopo la sua realizzazione. Con il procedere dei lavori affidati a Francesco della Luna, si decise infatti non solo di realizzare, all’interno, un elegante cortile destinato alle Donne, adiacente al lato sud dell’Abituro – l’originaria sala/dormitorio dei fanciulli -, ma di aggiungere anche un piano finestrato sopra il portico.

Non solo, nell’agosto del 1487 lo spedalingo dell’Istituto degli Innocenti, Francesco Tesori, fece posizionare, nei dieci oculi posti in facciata del Loggiato, le ben note terracotte invetriate, raffiguranti Putti in fasce, di Andrea della Robbia.

Una scelta questa che, immaginiamo, non avrebbe certo entusiasmato il nostro Brunelleschi, dal momento che venivano violati quei criteri di semplicità e di sintesi compositiva da lui tanto amati e riproposti in tutti i suoi più illustri progetti, dalla Sagrestia Vecchia in San Lorenzo alla basilica agostiniana di Santo Spirito.

Benché l’edificio fosse ancora incompiuto, fu solennemente inaugurato il 25 gennaio 1445 e il 5 febbraio successivo, festività di Sant’Agata, venne accolta la prima “gettatella”, cui fu posto nome “Agata et Smeralda” in ricordo del giorno del suo ingresso nello Spedale.

I “putti in fasce” di Andrea della Robbia

I Putti in fasce di Andrea della Robbia, sottoposti a un impegnativo restauro tra il 2015 e il 2016 da parte dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sono oggi il simbolo dell’Istituzione stessa. In realtà lo furono fin da subito. Con quei putti “i quali tutti sono veramente mirabili e mostrano la gran virtù e arte di Andrea”, si ricordava infatti ai fiorentini l’opera di carità che all’interno dell’edificio si compiva per l’infanzia abbandonata e si riportava dunque costantemente all’attenzione di tutto il mondo, intellettuale e politico, un tema sociale così importante ed esteso.

Il tema dell’infanzia nell’arte era in verità già diffuso da tempo a Firenze. Si ricorderanno certo gli straordinari ritratti di bambini di Desiderio da Settignano, quel fine maestro che, nella ritrattistica in marmo e in special modo in quella dedicata all’infanzia, aveva dato prove di grandissima capacità, divenendo l’artista più richiesto del suo tempo.

Non fu però da meno Andrea della Robbia che scelse di raffigurare i dieci putti in maniera diversa l’uno dall’altro, in pose varie e con differenti espressioni sui volti. Elemento unificatore invece il blu cobalto degli sfondi, da cui emergono i delicati corpi dei bambini avvolti in fasce ora violette, ora blu e rosse, ora vinaccia con tendenze al giallo.

Affreschi e busti del Loggiato

Come ogni edificio, anche gli Innocenti subì diverse trasformazioni nel corso dei secoli, tanto nella sua parte strutturale quanto nella sua decorazione. Anche il Loggiato brunelleschiano non sfuggì a tali  mutamenti.

Un primo intervento decorativo, sotto il portico, si fa risalire al 1459: in quell’anno venne pagato il pittore Giovanni di Franco di Piero per aver affrescato la lunetta sopra il portale di ingresso alla chiesa dell’Ospedale, raffigurante il Padre Eterno, angeli e santi Innocenti.

Si dovrà attendere, invece, il XVII secolo per le restanti decorazioni murali. Fu Bernardino Poccetti, illustre maestro di inizio Seicento e residente presso l’Ospedale, a venir reclutato per celebrare, attraverso complesse allegorie, la presenza economica – e non solo – della famiglia Medici nella storia della struttura. Se nelle due lunette alle estremità del loggiato, accompagnate da busti marmorei eseguiti dallo scultore Giovan Battista Sermei, si andò a ricordare i granduchi Francesco e Ferdinando, le loro imprese belliche e la loro saggezza governativa, il posto d’onore, nella volta della campata mediana, spettò a Cosimo I. In una complessa architettura dipinta, l’artista andò a rappresentare i momenti salienti della vita politica del Medici, dalla Fondazione dell’Ordine di Santo Stefano all’Incoronazione a granduca per mano di papa Pio V. Di particolare interesse la scena che raffigura La consegna a don Vincenzo Borghini, primo luogotenente, dei nuovi Statuti dell’Accademia delle Arti del Disegno. Non tanto e non solo per l’evento in sé, quanto per la citazione di quel Borghini che fu poi personaggio fulcrante, come vedremo, nella vita dell’Ospedale.

Rimangono da citare I putti con cartiglio dipinti da Agnolo Gori (1660) intorno alla finestra ferrata nella parte settentrionale del portico e la lunetta sopra il portale centrale, Lasciate che i fanciulli vengano a me, affrescata da Gasparo Marcellini intorno al 1843.

Il luogo dell’abbandono: la pila, la finestra ferrata o presepe e la ruota

Sotto il loggiato, sulla parete settentrionale, è ricordato ancora oggi il luogo dove i bambini venivano un tempo abbandonati. Una lapide, dettata da Isidoro Del Lungo, ricorda l’anno in cui “il segreto rifugio di miserie e di colpe” venne chiuso”, il 1875.

Ma come e dove si lasciavano i fanciulli? Nei tempi passati l’abbandono dei bambini avveniva in maniera diversa a seconda delle città e dei territori. In Toscana, il metodo più diffuso era la cosiddetta pila, una sorta di conca simile a un’acquasantiera, dove il neonato veniva adagiato in attesa di ricevere assistenza. Anche agli Innocenti esisteva originariamente una pila ed era sistemata sotto il Loggiato, in asse mediano alla piazza, nella parete comunicante con la chiesa minore delle Donne, parte finale dell’attuale Salone Brunelleschi. Detta pila, sormontata ovviamente da un’apertura, venne dotata ai primi del Cinquecento di una grata con le maglie tanto larghe da lasciare facilmente passare un neonato e proteggerlo in caso di pericoli esterni. Detta soluzione venne chiamata “finestra ferrata”. Vi era inoltre una sorta di meccanismo girevole, detto ruota, a forma di cilindro e diviso in due parti: una rivolta verso la strada e l’altra verso l’interno. Sull’esterno, a fianco della Ruota, c’era una campanella che serviva per richiamare l’attenzione del custode di turno e mettere in sicurezza l’”esposto”.

I documenti e alcune opere superstiti, oggi musealizzate nei locali al piano terra dell’Ospedale, ci raccontano che il Bambino, una volta introdotto all’interno delle grate, si sarebbe trovato, entro la chiesa delle Donne, tra due sculture in terracotta policromata raffiguranti Maria e Giuseppe. Nel 1660 la finestra ferrata, detta anche presepe, venne spostata sul lato settentrionale del Loggiato, nella posizione odierna, non lontano dai nuovi quartieri delle Balie che si erano allargati ad occupare parte del palazzo della Crocetta, oggi sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Architettura interna: i cortili monumentali

Insieme al grande loggiato di facciata, il Cortile degli Uomini e quello delle Donne rappresentano da sempre il cuore del complesso degli Innocenti. Il progetto del Brunelleschi prevedeva alle spalle del Loggiato un unico grande ambiente a pianta quadrata, affiancato dalla Chiesa, nella parte settentrionale e dall’Abituro dei fanciulli in quella meridionale. Tuttavia, a partire dal 1439, si decise di realizzare il secondo cortile, su progetto di Francesco della Luna, intorno a cui si raccolsero gli spazi destinati alla comunità femminile dell’Ospedale.

Dopo l’avvio delle attività assistenziali nel 1445, entrambi questi luoghi furono oggetto di numerosi interventi, in ragione delle necessità che, man mano, andavano emergendo. Così nel 1470 si diede inizio alla costruzione di una galleria finestrata sopra il Cortile degli Uomini, destinata a ospitare gli appartamenti dello Spedalingo e altri uffici. Non solo, il cortile, con le sue belle arcate a tutto sesto e il sapore semplice ed essenziale delle architetture brunelleschiane, venne abbellito, allo scadere del Cinquecento, con una decorazione a graffito a inquadrare gli stemmi dei tre Ospedali che da sempre si erano occupati di infanzia e che, in quel momento storico, erano riuniti in un’unica Istituzione: Santa Maria degli Innocenti, San Gallo e Santa Maria della Scala.

La chiesa di Santa Maria degli Innocenti

Sul Loggiato che guarda verso la piazza, a settentrione, si apre la chiesa di Santa Maria degli Innocenti. Parte integrante dell’originario progetto di Filippo Brunelleschi, essa venne consacrata dall’Arcivescovo di Firenze, Antonino Pierozzi, nel 1451.

Alla fine del XVIII secolo, la chiesa subì una profonda trasformazione a opera di Bernardo Fallani, architetto molto amato dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena: il maestro inserì un soffitto a botte su stoiato che andò ad occultare l’originale tetto ligneo e costruì una nuova tribuna a quattro colonne, riducendo di conseguenza la lunghezza della navata. La nuova volta venne decorata ad affresco da Sante Pacini e Gioacchino Masselli, mentre le antiche cappelle furono sostituite da semplici altari.

Dietro l’altare principale, proveniente dalla soppressa chiesa di San Pier Maggiore, si trova oggi la tavola con l’Annunciazione di Giovanni Antonio Sogliani, a sostituire la più antica Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio, attualmente nella Galleria del Museo.

La vita dell’Ospedale: arrivi e organizzazione

Il 25 gennaio 1445 l’Ospedale potè dirsi attivo e, grazie alla partecipazione economica del Comune che aveva lasciato la riscossione di alcune gabelle all’Arte della Seta e ai finanziamenti e donazioni di privati, potè cominciare a svolgere al meglio le proprie funzioni. Certo il denaro non era mai abbastanza, anche perchè il numero dei “gittatelli” cresceva di anno in anno. Già nel 1465, a vent’anni dall’accoglienza del primo neonato, si contavano duecento ingressi annuali che nel 1484 erano già divenuti intorno ai mille. E se nel 1627 l’Ospedale denunciava millecentoventi bocche da sfamare, nel 1767 il numero degli assistiti dall’Istituto arrivò a superare i tremila.

Gli abbandoni delle bambine superavano di gran lunga quelli dei maschi e ciò è facilmente spiegabile: le femmine per andar via di casa, dovevano sposarsi e per sposarsi era necessaria la dote. Poche le famiglie di umili origini, soprattutto in certi momenti di crisi economica, che potevano permettersi di maritare le figlie e dunque si preferiva abbandonarle nella ruota degli Innocenti, consapevoli che, lì in quella struttura, quelle figlie avrebbero condotto una vita decorosa e cristiana.

Appena accolti, i neonati venivano esaminati attentamente dalle balie di turno. Queste annotavano sesso, abbigliamento e tutto ciò che era rinvenuto con loro nella pila, con speciale riguardo per i segnali, piccoli oggetti dal valore propiziatorio e soprattutto identificativo. Le stesse balie interne, dette “di casa”, prestavano la prima assistenza, in attesa di consegnare poi i nuovi arrivati a donne della campagna per l’allattamento.

Le balie esterne tenevano i fanciulli non oltre l’anno di età, dopodichè la maggior parte di loro rientrava nell’Istituto. Poteva però capitare che qualcuno venisse adottato dalla famiglia che lo aveva accolto. Sempre che sopravvivesse! Perchè, ahinoi, la mortalità dei neonati era molto alta, oltre il 50%, e tendeva a crescere nel periodo dello svezzamento.

I “segnali” e la storia di Agata

Era consuetudine inserire, tra le fasce dei bambini abbandonati, piccoli oggetti o messaggi scritti, veri e propri segni di riconoscimento con cui si sarebbe potuto chiedere, un giorno, il ricongiungimento. Ovviamente doveva collimare la descrizione del contrassegno che poteva essere una semplice medaglia, una moneta, un anello, una croce, un chicco di rosario, un bottone o molto più semplicemente un pezzetto di stoffa.

Non furono molti i bambini che vennero ricercati dai genitori. Ma talvolta il miracolo poteva accadere. Così fu per Agata, una bambina di circa due mesi che, il 10 maggio 1620, venne abbandonata di notte, fasciata in una pezza rossa di cattiva qualità e con al collo una mezza medaglia. L’uomo che l’aveva lasciata, la dichiarò già battezzata.

Passarono gli anni, Agata crebbe nell’Istituto finchè, quando era già donna matura, venne ricongiunta a “Giovanni di Domenico Masi, habitante in via San Gallo e fattore delle reverende monache di Santa Agata, havendo dato veri e reali contrassegni di vero e legittimo padre (…), per tenerla appresso di sé come l’altre sue figliole et istruirla nel timore di Dio e buoni costumi come sono tenuti et obbligati i padri di buona coscientia, acciò il Signore ne renda premio in salute delle anime loro” (Giornale V, 1632-1642, 5401, c. 2231).

La formazione scolastica e lavorativa dei fanciulli tra Cinque e Seicento

Tra il 1552 e il 1580 fu Priore dell’Ospedale – una sorta di direttore generale – Vincenzo Borghini, colto ed erudito monaco benedettino, che realizzò per i “nocentini” un nuovo progetto educativo. Esso prevedeva per i maschi l’insegnamento non solo dell’abaco (aritmetica) e della grammatica,  ma anche della musica, della pittura e della scultura. Per la nutrita comunità femminile, invece, predispose all’interno dell’ospedale un luogo separato, dove le giovani, vegliate da una priora, si esercitavano nella preghiera e nel lavoro.

Borghini morì nel 1580, avvilito da una profonda crisi economica che aveva messo in ginocchio l’Istituzione. Nello stesso anno i ministri dell’Ospedale, gli Operai, attuarono, con l’approvazione del granduca, una riforma atta a  sanare tale dissesto finanziario.

Per diminuire le spese, si presero decisioni drastiche: i giovani oltre i diciannove anni di età sarebbero stati espulsi; le donne oltre i 36 anni sarebbero state mandate nel vicino ospizio dell’Orbatello, mentre le fanciulle tra gli otto e i quindici anni sarebbero state sistemate a servizio presso famiglie benestanti della città.

Di pari passo, proseguendo il progetto pedagogico iniziato dal Borghini, si redassero nuovi regolamenti per ragazzi e ragazze in età scolare e lavorativa. Le giornate erano scandite da regole ferree. I maschi vennero distinti in tre categorie: quelli che lavoravano, i bottegai, i più istruiti e meritevoli, i chierici e infine i più piccoli, gli scolari. Le bambine invece imparavano a malapena a leggere e scrivere e venivano avviate, piccolissime, ai lavori di cucito e di tessitura.

Scene di vita quotidiana

Nel 1610 Bernardino Poccetti licenziò una delle sue opere migliori per l’Ospedale, la Strage degli Innocenti destinata al Refettorio delle Bambine. Eseguito gratuitamente con il solo rimborso delle spese vive per i materiali, il grande affresco racconta, sullo sfondo dell’evento biblico, usi e costumi dell’Ospedale. Così mentre, sulla destra, si notano i ragazzi più grandi mangiare seduti a un tavolo con una bella tovaglia bianca, serviti da un inserviente che porta la minestra in due secchi di legno, poco più in alto si vede un maestro salire le scale e dirigersi, impugnando la canna per le punizioni, verso l’aula di musica, dove si sta tenendo una lezione di canto. In primo piano le balie allattano i piccoli, ben stretti nelle loro fasce.

Curioso notare l’abbigliamento dei nocentini. Sappiamo che i piccoli vestivano spesso una canottiera rossa  sotto le fasce; dai 2 ai 5 anni avevano una sorta di saio bianco, mentre i più grandi un abito nero con il simbolo dell’Ospedale ricamato sul petto. Le bambine invece vestivano di bianco fino all’adolescenza, di azzurro fino all’età matura e di nero sopra i 30 anni.

Curiosità: i cognomi

Ai bambini che entravano nell’ospedale veniva assegnato spesso non solo il nome, ma anche un cognome. E questo era legato, generalmente, alla struttura stessa, per cui capitava che molti fanciulli si chiamassero Innocenti, Degli innocenti, Nocentini e così via.

Ma il mondo, allora come oggi, non sempre si dimostrava clemente con chi aveva avuto trascorsi più difficoltosi, per cui poteva capitare che chi portava un cognome simile a quelli sopra elencati, non ricevesse lo stesso trattamento degli altri. Soprattutto quando la sfera era quella lavorativa. Soltanto a partire dal 1812 si cominciarono ad utilizzare anonimi cognomi di fantasia.

Da Ospedale a brefotrofio

All’inizio del XVIII secolo i ministri dell’Ospedale chiesero al granduca di poter apportare qualche modifica alle normative dell’accoglienza dei bambini. Il flusso degli abbandoni era talmente cresciuto che fu necessario, infatti, frenare i nuovi arrivi: si vietò, in tal senso, l’introduzione di neonati provenienti da altri ospedali della Toscana e si restrinsero le maglie della finestra ferrata per evitare l’ingresso di bambini più grandicelli. Tuttavia, a dispetto delle nuove norme, nel 1767 si registrò il picco degli abbandoni: millecinquantasette nuovi ingressi. Senza contare i tremila ragazzi che erano già all’interno della struttura e di cui l’Ospedale si sarebbe dovuto occupare fino alla loro emancipazione.

Nel 1770 le cose cominciarono a cambiare: con l’abolizione, voluta dal nuovo granduca Pietro Leopoldo, delle Corporazioni, fu la fine del patronato dell’Arte della Seta e ebbe inizio un lungo periodo di transizione, durante il quale vennero istituite, all’interno degli Innocenti, una cattedra per l’insegnamento della Pediatria e una scuola di Ostetricia.

Dopo l’Unità d’Italia, si decise di chiudere la ruota (1875) e pochi anni più tardi, divenuti Istituzione Pubblica di Beneficenza, gli Innocenti mutarono la propria denominazione in Brefotrofio.

L’Ospedale oggi Museo

L’idea di realizzare un museo agli Innocenti nacque, paradossalmente, nel momento in cui si decise la più importante vendita dei beni artistici posseduti dall’Ospedale e che si erano accumulati, tanto per commissioni dirette quanto per donazioni, nel corso di lunghi secoli. Correva l’anno 1853. Fu in quel momento che si cominciò a pensare alla realizzazione di una prima raccolta museale. A richiederla era stato il Ministro degli Interni del Granducato di Toscana: se infatti costui aveva dato il via libera per la vendita di molte opere, per alcune, considerate inalienabili per il loro valore, aveva invece consigliato di “provvedere alla più conveniente conservazione”.

Nel 1890 si procedette dunque con l’apertura di un piccolo museo, sistemato in tre sale al pianterreno, nell’area dell’odierno Cortile delle donne. Il primo allestimento esponeva le sessantasette opere ritenute più prestigiose. Negli anni successivi si andò ad ampliare quel patrimonio che, dal 1971, in virtù della paura scatenatasi con la recente alluvione, venne trasferito nella galleria sovrastante il portico di facciata. Il nuovo allestimento venne curato da Luciano Berti, cui va riconosciuto il merito di aver messo in sicurezza le opere esposte e di aver razionalizzato il precedente ordinamento.

Il Museo, recentemente tornato a nuova vita, vuole raccontare, attraverso tre percorsi di visita (storia, arte e architettura), la straordinaria storia degli Innocenti.

Tra i tanti capolavori del Museo, si citeranno, a titolo esemplificativo, la terracotta invetriata raffigurante la Madonna col Bambino di Luca della Robbia, la Madonna con Bambino e angelo di Sandro Botticelli, l’Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio e la Sacra conversazione Del Pugliese di Piero di Cosimo.