La cappella dei Magi: epilogo di un grandioso progetto

La Cappella dei Magi in Palazzo Medici Riccardi a Firenze fu l’epilogo di un grandioso progetto realizzato nel 1459. A commissionarla fu Cosimo il Vecchio, quel Medici figlio di Giovanni di Bicci che, tornato dall’esilio nel 1434, era divenuto l’uomo più ricco e quindi più potente della città di Firenze.  

Pur dimostrando ogni giorno il suo potere economico tanto negli affari quanto nella politica, sembrava ancora mancare un “segno” tangibile del suo dominio. E Cosimo scelse di ottenerlo, com’era consuetudine al’epoca, con la costruzione di un nuovo palazzo di famiglia che si impose fin da subito quale modello dell’architettura civile del Rinascimento.  

Le origini del palazzo: Michelozzo architetto

I lavori al nuovo palazzo presero avvio nel 1444. La realizzazione viene affida a Michelozzo di Bartolomeo, benché avesse presentato un suo progetto l’architetto del momento, Filippo Brunelleschi. Giudicato “troppo sontuoso e magnifico” tale da “recargli fra i suoi cittadini piuttosto invidia che grandezza e ornamento per la città, o comodo in sé” (G. Vasari, 1568), Cosimo scelse di rivolgersi a chi, come Michelozzo, gli poteva garantire la perfetta miscela del nuovo linguaggio rinascimentale con l’antica tradizione. Di fatto si scelse quella stessa pietra che ricordava palazzo Vecchio, l’antico edificio del Comune costruito nel lontano 1298, ma la si unì a quel nuovo sentire, manifesto tanto nell’uso della prospettiva in facciata, in quel bugnato che si va man mano schiacciando in alzato regalando al palazzo una maggiore eleganza e leggerezza, quanto nel cortile centrale e nella panca di via che circonda l’edificio.  

La scelta di “via Larga” per la nuova casa 

La scelta di via Larga (attuale via Cavour) quale luogo di edificazione, fu in un certo senso obbligata. Non molto tempo prima l’inizio dei lavori al palazzo, infatti, Cosimo il Vecchio e prima di lui Giovanni di Bicci avevano partecipato, economicamente, in maniera ingente alla ricostruzione della basilica di San Lorenzo, legando il nome della chiesa a quello dei Medici per i secoli a venire. Con la costruzione della nuova dimora, si andò così definendo quello che ancora oggi è considerato il vero e proprio “quartiere mediceo”. E se si aggiunge il finanziamento, in quello stesso periodo, della ricostruzione della vicina chiesa e convento di San Marco, si può ben leggere il quadro che si veniva a delineare. 

1459: Benozzi Gozzoli, frescante in cappella 

Oltre a essere dimora privata dei Medici, il palazzo doveva assolvere alla sua funzione pubblica e accogliere personaggi politici di grande spicco. Tra questi, va ricordato Galeazzo Maria Sforza. Era il 17 aprile del 1459 quando il giovane figlio del duca di Milano giunse con il suo seguito a Firenze: accolto con tutti gli onori, venne ospitato nel nuovo palazzo di via Larga. In quello stesso anno i Medici, nelle persone di Cosimo il Vecchio e di Piero il Gottoso, dettero inizio ai lavori di decorazione di una piccola cappella situata al piano nobile dell’edificio. E a quale artista rivolgersi? Se si tiene conto che la Firenze di quella metà del Quattrocento aveva già visto trionfare, in ogni ambito dell’arte e della cultura, la nuova lingua del Rinascimento e che erano attivi maestri del calibro di Filippo Lippo, Andrea del Castagno o i fratelli Pollaiolo, la scelta di un artista come Gozzoli, pittore tanto elegante quanto principesco, potrebbe apparire “attardata”. In realtà rispondeva perfettamente alle ambizioni del committente. 

Chi era Benozzo Gozzoli? 

Benozzo era nato a Firenze, probabilmente tra il 1420 e il 1421, nel quartiere di Santo Spirito, vicino al Convento del Carmine, dove ebbe sicuramente modo di studiare gli affreschi della cappella Brancacci compiuti da Masolino e Masaccio nella seconda metà del secondo decennio del XV secolo. Non sappiamo con certezza dove svolse il proprio tirocinio, ma si è ipotizzato che, giovanissimo, avesse frequentato Bicci di Lorenzo, maestro dipintore a capo di una delle botteghe più attive a Firenze in quegli anni.

Certo è che già dalle prime opere, come la Madonna col Bambino e angeli della National Gallery di Londra, si notó quella propensione al racconto di stoffe preziose che divenne suo carattere distintivo. È probabile che tale abilità nel distinguere e rappresentare i diversi tessuti derivasse dal padre che, da sarto qual’era, doveva averlo educato fin da piccolo a questa tradizione. Dopo aver partecipato alla decorazione degli ambienti del convento di San Marco accanto al Beato Angelico, e aver affiancato, da contratto, Lorenzo Ghiberti nella seconda porta del Battistero, la cosiddetta porta del Paradiso (1444), Benozzo viaggiò tra Roma e Orvieto, tra l’Umbria e il Lazio, affinando il suo linguaggio e divenendo grande frescante.  Tornò a Firenze soltanto alla fine degli anni Cinquanta e, appena rientrato, arrivò la chiamata da casa Medici. Era il riconoscimento di una carriera. 

L’avvio dei lavori in cappella 

Il permesso di costruire una cappella privata nel nuovo palazzo di via Larga venne concesso  ai Medici da papa Eugenio IV nel 1442. Dedicato alla Santissima Trinità, l’ambiente, a pianta quadrata con una scarsella e due piccole sagrestie ai lati, venne realizzato dallo stesso Michelozzo tra la fine degli anni quaranta del Quattrocento e la primavera del 1459. Nell’aprile dello stesso anno Benozzo Gozzoli iniziò la decorazione. Benozzo impostò il lavoro probabilmente all’inizio dell’estate e dovette procedere speditamente: lo dimostrerebbero alcune lettere tra il pittore e il committente, nelle quali si garantiva che il lavoro sarebbe stato portato a termine entro il Natale di quello stesso anno. 

Se il Corteo dei Magi andò ad occupare le tre pareti della sala principale, la scarsella venne decorata con gli Angeli adoranti ai lati delle pareti e i simboli dei quattro Evangelisti dietro l’altare.

La scelta del soggetto e la “Compagnia dei Magi”   

La scelta della Cavalcata dei Magi come soggetto da dispiegare sulle pareti della cappella non fu affatto casuale. Da mezzo secolo ormai si teneva a Firenze la cosiddetta “Festa dei Magi“, uno degli spettacoli repubblicani più antichi che celebrava il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio. Istituita probabilmente verso la fine del Trecento, essa passò, nel secolo successivo, sotto la responsabilità di una confraternita composta da alcuni tra i più facoltosi e onorati cittadini di Firenze. Lo spettacolo consisteva in una cavalcata che, prendendo avvio dal convento di San Marco, si snodava lungo le vie cittadine: i confratelli, nell’occasione, potevano non solo indossare abiti sfarzosi, solitamente vietati dalle leggi suntuarie, ma esibire anche le loro mercanzie più lussuose, trasportate da animali da soma anch’essi elegantemente abbigliati. Si può ben capire come tale sfarzo avesse contribuito ad attirare la celebrazione entro l’orbita di influenza dei Medici, fino a farla divenire, nel corso degli anni, un evento totalmente “mediceo”. Non sarà allora difficile comprendere la scelta del tema della “Cavalcata” per la decorazione della cappella palatina del nuovo palazzo di via Larga. 

Pianificazione delle scene 

Quando Benozzo mise mano ai pennelli, la cappella si presentava già parzialmente decorata. Nell’aprile di quel 1459 erano visibili, come documentano le fonti, il pavimento di marmi colorati e intarsiati, il soffitto ligneo intagliato dorato e dipinto – entrambi magistralmente realizzati su disegno di Giuliano da Sangallo – e la pala d’altare di Filippo Lippi. Quest’ultima fu sostituita con una copia eseguita dalla bottega dello stesso pittore, quando l’originale prese la via di Berlino (Staatliche Museen).

Il fastoso viaggio dei Magi concepito dal Gozzoli ha inizio dalla parete a est per concludere, muovendosi in senso orario, nella scarsella a nord: idealmente si parte da Gerusalemme, la città fortificata in alto sulla parete orientale e si termina a Betlemme, simbolicamente rappresentata dall’Adorazione del Bambino del Lippi. 

Ogni re, con il proprio seguito, occupa una parete: Gasparre, vestito di bianco, è il re più giovane e apre la scena, lo segue Baldassarre ammantato di verde e raffigurato, secondo l’iconografia tradizionale, in età matura; chiude infine l’anziano Melchiorre con la sua lunga barba bianca e gli abiti e paramenti fiammeggianti di rosso. 

La parete orientale

Sullo sfondo di un paesaggio lussureggiante, dove è possibile riconoscere quel Mugello che aveva dato i natali ai Medici, prende inizio il corteo. A guidarlo il più giovane dei re, Gaspare, nelle cui fattezze si è voluto riconoscere un ritratto ideale dell’ancora giovanissimo Lorenzo il Magnifico. Lo segue, sul suo cavallo bianco, il padre Piero, affiancato dal “pater patriae” Cosimo il Vecchio. Alle loro spalle, una vera e propria galleria di politici e personaggi influenti dell’epoca: vi si riconoscono Sigismondo Malatesta e Galeazzo Maria Sforza, signori rispettivamente di Rimini e di Milano; Enea Silvio Piccolomini, eletto da poco al soglio pontificio col nome di papa Pio II e, tra un drappello di filosofi e umanisti, lo stesso Benozzo mentre, con il suo tipico berretto rosso, volge lo sguardo verso lo spettatore. 

La parete meridionale e quella occidentale 

Il corteo prosegue con il re Baldassarre, nelle cui fattezze andrà riconosciuto Giovanni VIII Paleologo, quell’imperatore di Bisanzio che i fiorentini avevano conosciuto nel 1439, quando in città si era tenuto il noto Concilio volto a proclamare l’unione delle due Chiese, d’Oriente e d’Occidente. Il sovrano è identificabile dalla lunga barba bianca ed è accompagnato dalle tre figlie di Pietro il Gottoso, Nannina, Bianca e Maria. 

A concludere, l’ultima parete, a occidente, con Giuseppe, il patriarca di Costantinopoli, nei panni di Melchiorre. L’anziano re, presentato a cavallo di una mula, viene anticipato dal giovanissimo Giuliano de’ Medici che, baldanzoso sul suo cavallo, mostra al guinzaglio un leopardo maculato. Tutt’intorno i ritratti di uomini illustri dell’epoca, facenti parte, com’è ovvio, della consorteria medicea. 

Stile e tecnica di Benozzo  

Nella straordinaria complessità delle scene, costruite con un saldo impianto prospettico e popolate da numerosi personaggi, animali e piante d’ogni specie, si riconosce la raffinatezza della tecnica esecutiva di Benozzo. La pittura, prevalentemente a buon fresco, è integrata con alcuni dettagli eseguiti a secco: questo permise al pittore di lavorare con cura ogni minimo dettaglio, dai preziosi gioielli agli sgargianti tessuti, dalle bardature dei cavalli agli alberi carichi di frutta, dai prati fioriti al variopinto piumaggio degli uccelli. 

L’utilizzo inoltre di una gamma cromatica ben modulata sui toni del bianco del rosso e del verde, accesi dall’oro, rende assolutamente omogenea la decorazione, tanto che, ancora oggi, si ha l’impressione di trovarci di fronte a un unico grande racconto. 

L’effetto voluto da Benozzo – che certo aveva serbato memoria della Pala Strozzi di Gentile da Fabriano – è quello di uno sfarzo principesco: tale sfarzo viene creato tanto dalle stoffe e dai tessuti, quanto dall’utilizzo di materie rare e preziose, quali il lapislazzuli destinato ai fondali azzurri o l’oro usato per le decorazioni degli abiti. 

Glorificazione della famiglia Medici 

Il campionario dei personaggi illustri rappresentati nel corteo, il paesaggio fiabesco, gli animali esotici e i tanti dettagli che ancora oggi stupiscono ogni visitatore, avevano un unico grande scopo: celebrare la magnificenza di casa Medici. E non solo la ricchezza della famiglia, evidente nell’uso dei materiali più preziosi messi a disposizione del Gozzoli, ma anche il ruolo politico che la casata aveva svolto e svolgeva per quella che ancora era, di fatto, la Repubblica di Firenze. Non è un caso, dunque, che negli affreschi si decidesse di ricordare il Concilio del 1439, perchè furono il prestigio e il potere di Cosimo il Vecchio a far sì che la città divenisse testimone della riappacificazione tra le due Chiese. In maniera analoga, non è un caso che si vadano a collocare nel Corteo personaggi politici importanti come Galeazzo Maria Sforza. La sua permanenza nel nuovo palazzo di via Larga, infatti, aveva rinsaldato l’antica alleanza con gli Sforza. E i Medici decidevano, fieramente, di renderlo manifesto inserendo il ritratto di que giovane nella loro Cavalcata. Un corteo principesco, insomma, per una famiglia di “principi”. 

La vendita del palazzo e i rimaneggiamenti seicenteschi 

Nel 1659 il palazzo dei Medici venne venduto ai Riccardi: da quando, nel lontano 1539 Cosimo I aveva spostato la residenza della famiglia a Palazzo Vecchio, l’edificio aveva perso non solo il suo ruolo originario, ma anche il suo splendore. I nuovi proprietari decisero di riammodernare la casa: si decise di raddoppiarne il volume, pur conservando esternamente la morfologia e lo stile quattrocenteschi, di decorare il loggiato interno con cartigli in stucco, di creare una sala lettura o Biblioteca e di dar vita alla straordinaria Galleria degli Specchi dipinta da Luca Giordano. Tra le tante altre trasformazioni, si scelse anche di realizzare uno scalone monumentale di accesso al piano nobile e fu questo intervento a compromettere irrimediabilmente l’originaria struttura della cappella che si ritrovò con un angolo scantonato. Per nostra fortuna gli affreschi si salvarono!