Negli anni Venti del Novecento Firenze vive una stagione sorprendente, diversa dall’immagine più consueta della città rinascimentale. Nelle strade, nei teatri, nelle sartorie, nelle manifatture e nei laboratori artigiani prende forma un volto nuovo: elegante, cosmopolita, attento alle mode internazionali e, insieme, profondamente legato alla tradizione.

È questa la Firenze raccontata dalla mostra Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti, a cura di Lucia Mannini, in programma a Palazzo Medici Riccardi dal 2 aprile al 25 agosto 2026. Il percorso ricostruisce una stagione breve ma intensissima, nella quale il gusto Déco, nato in Francia e affermatosi negli anni Venti, trova anche in città un terreno fertile grazie al dialogo tra artisti e manifatture, invenzione creativa e abilità artigiana, desiderio di modernità e memoria del passato.

Il Déco e il sogno della modernità

Prima ancora che uno stile, il Déco fu un modo nuovo di immaginare la modernità: elegante, decorativa, preziosa, affidata alla qualità dei materiali e alla sapienza delle mani. Il nome deriva dall’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes, tenutasi a Parigi nel 1925, momento culminante della sua affermazione. Gli artisti del tempo, però, non usavano ancora questa definizione: si consideravano, più semplicemente, moderni.

Era una modernità diversa da quella più industriale e funzionale che si sarebbe imposta negli anni successivi. Non cercava l’essenzialità assoluta, ma il dialogo tra arte e artigianato, tra invenzione e tecnica, tra forme nuove e tradizioni reinventate. La sua fortuna fu rapida: dopo il crollo economico del 1929, oggetti tanto sofisticati e costosi trovarono sempre meno spazio. Anche per questo il Déco conserva oggi il fascino di una fiamma luminosa, accesa tra guerra e crisi, capace di opporre alla durezza della storia il colore, la fantasia e il piacere della decorazione.

Firenze guarda a Parigi

Agli inizi del Novecento alcuni artisti toscani guardano a Parigi come a un orizzonte più libero e internazionale. Tra questi vi è Umberto Brunelleschi, nato a Montemurlo e formato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, che nel 1900 lascia la Toscana per raggiungere la capitale francese. Qui si afferma soprattutto nel campo della grafica d’arte, tra tavole illustrate, libri raffinati, riviste eleganti e stampe destinate a un pubblico colto e mondano.

Nel 1914 Brunelleschi realizza dodici tavole dedicate alle maschere della Commedia dell’Arte: un tema italianissimo, riletto però con grazia parigina. Arlecchino apre idealmente il sipario, mentre Trivellino, maschera meno nota dall’abito decorato con luna e stelle, lo chiude lanciando una rosa verso un pubblico immaginario. Ogni personaggio appare come un attore isolato sulla scena, sospeso in un mondo teatrale.

Per presentare queste tavole, Brunelleschi organizza nel proprio atelier una festa in maschera, invitando l’élite internazionale a vestirsi come i personaggi raffigurati. Già qui si comprende uno degli aspetti più seducenti del Déco: l’arte non resta sulla carta, ma diventa costume, festa, scena, vita mondana.

UMBERTO BRUNELLESCHI, Arlecchino, 1914, pochoir, Fondazione CR Firenze

Maschere, Settecento veneziano e sogni d’Oriente

Tra i temi più riconoscibili del gusto Déco di matrice francese vi sono due mondi apparentemente lontani: il Settecento galante, spesso declinato in chiave veneziana, e l’Oriente arabo, persiano e indiano, evocato attraverso abiti sontuosi, colori accesi e atmosfere da fiaba. Non sono ricostruzioni storiche fedeli, ma mondi reinventati, filtrati dal desiderio di evasione.

Gino Carlo Sensani, artista senese attivo tra Firenze e Parigi, interpreta questo gusto in tavole raffinate dedicate a corteggiamenti, maschere e scenografie fiorite. Accanto a lui, il livornese Alfredo Müller dà vita a Firenze al ciclo delle Arlecchinate, dove i personaggi appaiono entro cornici a boccascena, come attori di un teatrino intimo e magico.

Colpisce pensare che molte di queste immagini di leggerezza nascano negli anni della Prima Guerra Mondiale. Non sono lo specchio diretto del tempo, ma forse il suo antidoto: una fuga nel sogno, capace di risarcire con la bellezza ciò che la storia stava distruggendo.

GINO CARLO SENSANI, Maschere, 1921, tempera su carta, collezione privata

ALFREDO MÜLLER, Arlecchinate, 1919-1921, olio su tela, collezione privata

Feste, teatro e abiti d’artista

A Firenze, la presenza di numerosi stranieri aggiornati sulle mode internazionali favorisce la diffusione delle feste in costume. Celebre è quella organizzata nel 1914 a Villa Schifanoia, dove gli invitati si presentano secondo due grandi temi cari al Déco: il Settecento veneziano e l’Oriente persiano. La città dialoga così con Parigi non solo attraverso le opere, ma anche attraverso la vita sociale, la moda e il desiderio di trasformarsi.

Il teatro diventa un altro spazio privilegiato di questa fantasia elegante. Nel 1915, al Teatro della Pergola, va in scena Le falene. Il sogno di un Pierrot, spettacolo di beneficenza con scene e costumi di Brunelleschi. La trama è quasi evanescente: ciò che conta è l’atmosfera, fatta di leggerezza, moda, champagne e personaggi fantastici. Nel 1924 sarà invece Sensani a firmare i costumi per Il sogno di una perla, popolato da donne-pavone, figure egiziane, regine bizantine e creature immaginifiche. A recitare sono spesso membri dell’alta società fiorentina: il Déco entra negli ambienti aristocratici e li trasforma in palcoscenici.

Gio Ponti e la Richard-Ginori

Uno dei nuclei centrali della mostra è dedicato alla Richard-Ginori, nata nel 1896 dall’unione tra la Richard di Milano e la Ginori di Doccia. Negli anni Venti, l’arrivo del giovane Gio Ponti, direttore artistico dello stabilimento di Doccia attorno al 1923, porta nuova energia alla produzione.

Ponti guarda alla tradizione con curiosità instancabile: studia forme, modelli e materiali conservati negli archivi della manifattura, ma non li ripete mai in modo passivo. Il passato diventa materia viva da scomporre e reinventare. Emblematica è la cista, forma derivata dal mondo etrusco: Ponti prende un oggetto nato in bronzo e lo trasforma in porcellana, mutandone il senso e la decorazione.

Tra figure femminili sospese su nuvole stilizzate, richiami all’antichità, suggestioni etrusche, accenti metafisici e ironie futuriste, Ponti costruisce un linguaggio colto e giocoso, profondamente italiano e modernissimo. Non rinnega la tradizione: la attraversa. Proprio questa capacità contribuisce al successo della Richard-Ginori all’Esposizione di Parigi del 1925, dove la manifattura ottiene il Grand Prix.

GIO PONTI per Richard Ginori, Cista “La Conversazione classica”, 1926-1927, porcellana, Manifattura di Doccia; GIO PONTI e LIBERO ANDREOTTI per Richard Ginori, Cista “La migrazione delle sirene”, porcellana, 1928, Castello Sforzesco

Thayaht, l’arte come progetto totale

Le mostre di arti decorative di Monza, inaugurate nel 1923, rappresentano un momento fondamentale per il rinnovamento italiano. Artisti e manifatture vi si incontrano per creare ambienti completi, nei quali mobili, ceramiche, tessuti, sculture e oggetti dialogano secondo un’idea unitaria di gusto moderno.

In questo contesto emerge Thayaht, pseudonimo palindromo di Ernesto Michahelles. Fiorentino di origine svizzera, vicino al Secondo Futurismo, Thayaht sembra voler ridisegnare ogni aspetto della vita quotidiana: dall’abito all’arredo, dal logo all’oggetto domestico, dalla scultura al tessuto. Per lui l’arte non deve restare confinata nell’opera unica, ma può entrare nelle case, nei gesti e persino nel modo di vestirsi.

Il suo Violinista, pensato come perno di una sala presentata a Monza, restituisce bene questa ricerca: la figura resta riconoscibile, ma è trasformata in una forma dinamica, quasi astratta. Anche nelle piccole sculture, nei tessuti e nei materiali sperimentali, come la taiattite, si percepisce la volontà di superare i confini tradizionali dell’opera d’arte.

THAYAHT, Violinista, 1927, pietra serena, collezione privata

Pubblicità, moda e Made in Florence

Negli anni Venti anche la pubblicità entra nel territorio dell’arte. A Firenze, litografie, tipografie e industrie traducono l’invenzione degli artisti in immagini brillanti, immediate, destinate allo spazio urbano. Tra i protagonisti vi è Lucio Venna, autore del manifesto per Incas, industria di cioccolato di Sesto Fiorentino: l’acronimo diventa un volto esotico, una testa “inca” i cui denti sono barrette di cioccolato. L’idea diventa immagine, il prodotto diventa personaggio.

La Firenze Déco è anche una città del fare. Sartorie, botteghe e manifatture danno forma a un’eleganza nuova, nutrita di moda internazionale ma radicata nelle competenze artigiane del territorio. Gli abiti raccontano il cambiamento del dopoguerra: linee più morbide, gonne più corte, capelli alla garçonne, cappelli a cloche, sete leggere, tulle, perline e ricami geometrici.

Anche la scarpa acquista un ruolo nuovo, proprio perché gli abiti lasciano scoperta la parte bassa della gamba. In questo clima si inserisce Salvatore Ferragamo, che torna a Firenze nel 1927 dopo il successo americano, con l’idea di coinvolgere gli artigiani locali nella produzione di calzature destinate a un pubblico internazionale. Accanto alla moda, il viaggio diventa emblema di una società cosmopolita: le valigie di Guccio Gucci, che apre la propria attività nel 1921, uniscono funzionalità e artigianato fiorentino.

Partecipa con noi alla visita guidata condotta dalla curatrice Lucia Mannini: un’occasione speciale per scoprire da vicino il volto elegante, moderno e sorprendente della Firenze degli anni Venti.
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Firenze Déco

La Tuta: l’invenzione di un nuovo abito

Tra le invenzioni più folgoranti di Thayaht vi è la Tuta, presentata a Firenze il 7 giugno 1920. Pensata come abito semplice, economico e adatto a tutti, nasce da un’idea radicale: superare le distinzioni tra abito da mattina, da pomeriggio, da sera o da casa. La sua forma essenziale, costruita sulla lettera T tanto cara all’artista, immagina un modo nuovo di vestire, pratico e democratico.

Per lanciarla, Thayaht ricorre a una strategia sorprendentemente moderna: diffonde il cartamodello attraverso La Nazione e invita i fiorentini a cucire la propria Tuta e a indossarla per le vie della città. Piazza del Duomo, il centro e il piazzale Michelangelo diventano così una sfilata collettiva. L’esperimento avrà vita breve, ma resta un abito-manifesto, capace di portare la modernità dentro la vita quotidiana.

THAYAHT, Taglio della Tuta, 1920 ca., tempera su carta, Museo della Moda e del Costume, Firenze

La ceramica tra Oriente e anni Trenta

Il percorso della mostra si chiude tornando alla ceramica. Dopo la stagione di Gio Ponti alla Richard-Ginori, lo sguardo si allarga alle Fornaci San Lorenzo di Galileo Chini e alla Manifattura Cantagalli, due realtà fondamentali del territorio fiorentino.

Galileo Chini aveva fondato le Fornaci San Lorenzo nel 1896. All’Esposizione di Parigi del 1925 ottiene importanti riconoscimenti grazie a un ambiente composto da rivestimenti, pavimenti, vetrine e oggetti in maiolica e gres. Nelle sue opere torna con forza il richiamo all’Oriente: vasi di gusto cinese, motivi giapponesi, pesci, uccelli, vegetazioni fitte, lustri e iridescenze. È un orientalismo prezioso e decorativo, perfettamente in sintonia con il Déco.

Alla fine del decennio, anche la Manifattura Cantagalli rinnova il proprio linguaggio. Decisivo è il ruolo di Flavia Cantagalli, che comprende l’importanza di coinvolgere gli artisti nella progettazione. Le ceramiche presentate alla Triennale di Monza del 1930 mostrano strade diverse: dalle decorazioni ironiche di Maurizio Tempestini alle forme più essenziali di Romano Dazzi, dove si avverte già un clima nuovo, più severo e monumentale.

E così la mostra si chiude proprio dove il Déco comincia a dissolversi. Dal sogno delle maschere alla solidità della ceramica, dalle tavole parigine di Brunelleschi alla modernità di Thayaht, Firenze Déco racconta una città inattesa: non immobile nel culto del passato, ma capace di reinventarlo con grazia, ironia e intelligenza. Una Firenze che, per un breve e luminoso momento, seppe trasformare la modernità in eleganza.

Bibliografia:
L. Mannini (a cura di), Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti, Firenze, Giunti 2026.