Uffizi: il Cinquecento tra Firenze, Roma e l’Emilia
Da Rosso Fiorentino a Correggio: un viaggio nel secolo d’oro della pittura italiana
In evidenza
Un focus in alcune sale del primo piano della Galleria degli Uffizi per raccontare e confrontare la pittura fiorentina, emiliana e romana del XVI secolo.
- La storia dell’arte del Cinquecento
- I pittori fiorentini Rosso e Pontormo
- La scuola romana: Daniele da Volterra e Francesco Salviati
- I capolavori del Correggio e del Parmigianino
- Il ferrarese Dosso Dossi
Maggiori informazioni
Partendo dalle novità introdotte da Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti, nei primi anni del XVI secolo, la visita andrà a raccontare l’evolvere di diversi linguaggi a Firenze, a Roma e in territorio emiliano.
Le prime sale illustreranno la città gigliata negli anni complessi del primo trentennio del XVI secolo. A raccontarcela Pontormo e Rosso Fiorentino, i pittori più anticonformisti e spregiudicati fra i protagonisti del nuovo modo di intendere l’arte in quella stagione del Cinquecento italiano che Giorgio Vasari chiama “maniera moderna”. Formatisi con Andrea del Sarto, riuscirono entrambi a mantenere una forte indipendenza e una grande libertà espressiva: uno, Pontormo, fu pittore sempre preferito dai Medici e aperto alla varietà linguistica e al rinnovamento degli schemi compositivi della tradizione, l’altro, il Rosso, fu invece legatissimo alla tradizione pur con aneliti di spregiudicatezza e di originalità.
Il viaggio ci porterà poi a Roma, dove avremo modo di ammirare alcuni dei protagonisti che si muovevano intorno a Michelangelo. Tra questi un posto di primo piano spetta a Daniele da Volterra, la cui Madonna con bambino, San Giovannino e Santa Barbara è stata tra gli acquisti più importanti effettuati dalla Galleria negli ultimi anni. L’artista si guadagnò presto il soprannome di “Braghettone”, affibbiatogli con vago intento dispregiativo, per aver coperto con panni e foglie di fico le parti intime dei personaggi del Giudizio Universale di Michelangelo, dopo che il Concilio di Trento aveva condannato come sconveniente la nudità nelle raffigurazioni sacre. Il suo intervento in realtà salvò il capolavoro del Buonarroti, poiché inizialmente si era addirittura pensato di coprirlo del tutto.
Daniele aveva avuto modo di conoscere da vicino il genio artistico di Michelangelo poiché a Roma aveva lavorato nel suo circolo e ne era rimasto profondamente influenzato. L’influsso michelangiolesco si noterà chiaramente nell’Elia nel deserto, il cui corpo muscoloso, avvolto in abbondanti panneggi, appare ancora vigoroso nonostante le privazioni patite nel deserto.
Ci sposteremo così in ambito emiliano e avremo occasione di godere pienamente dell’opera di Correggio, di Parmigianino e di Dosso Dossi. Ci stupiremo della morbidezza del primo, della monumentalità michelangiolesca, pur con forme innaturalmente allungate, del secondo e il tono dissacrante del terzo.
Un viaggio imperdibile, insomma, nel secolo d’oro della pittura italiana!
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