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	<title>Francesca Romani, Guida Turistica, Firenze &ndash; abstrART</title>
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	<description>I tour di chi ama Firenze</description>
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		<title>Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Romani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 18:37:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mostre temporanee]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Palazzo Medici Riccardi, la mostra Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti racconta la Firenze elegante e cosmopolita degli anni Venti, tra arti decorative, moda, ceramiche, grafica e manifatture.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.abstrartfirenze.org/blog/firenze-deco/">Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.abstrartfirenze.org">abstrART</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Negli anni Venti del Novecento <strong>Firenze vive una stagione sorprendente</strong>, diversa dall’immagine più consueta della città rinascimentale. Nelle strade, nei teatri, nelle sartorie, nelle manifatture e nei laboratori artigiani prende forma un volto nuovo: <strong>elegante, cosmopolita</strong>, attento alle mode internazionali e, insieme, profondamente legato alla tradizione.</p>
<p>È questa la Firenze raccontata dalla mostra <em><strong>Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti</strong></em>, a cura di <strong>Lucia Mannini</strong>, in programma a <strong>Palazzo Medici Riccardi dal 2 aprile al 25 agosto 2026</strong>. Il percorso ricostruisce una stagione breve ma intensissima, nella quale il <strong>gusto Déco</strong>, nato in Francia e affermatosi negli anni Venti, trova anche in città un terreno fertile grazie al dialogo tra <strong>artisti e manifatture</strong>, invenzione creativa e abilità artigiana, desiderio di modernità e memoria del passato.</p>
<h2>Il Déco e il sogno della modernità</h2>
<p>Prima ancora che uno stile, il <strong>Déco fu un modo nuovo di immaginare la modernità</strong>: elegante, decorativa, preziosa, affidata alla qualità dei materiali e alla sapienza delle mani. Il nome deriva dall’<strong>Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes</strong>, tenutasi a <strong>Parigi nel 1925</strong>, momento culminante della sua affermazione. Gli artisti del tempo, però, non usavano ancora questa definizione: si consideravano, più semplicemente, <strong>moderni</strong>.</p>
<p>Era una modernità diversa da quella più industriale e funzionale che si sarebbe imposta negli anni successivi. Non cercava l’essenzialità assoluta, ma il dialogo tra <strong>arte e artigianato</strong>, tra invenzione e tecnica, tra forme nuove e tradizioni reinventate. La sua fortuna fu rapida: dopo il <strong>crollo economico del 1929</strong>, oggetti tanto sofisticati e costosi trovarono sempre meno spazio. Anche per questo il Déco conserva oggi il fascino di una fiamma luminosa, accesa tra guerra e crisi, capace di opporre alla durezza della storia il colore, la fantasia e il piacere della decorazione.</p>
<h2>Firenze guarda a Parigi</h2>
<p>Agli inizi del Novecento alcuni artisti toscani guardano a <strong>Parigi</strong> come a un orizzonte più libero e internazionale. Tra questi vi è <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/umberto-brunelleschi/"><strong>Umberto Brunelleschi</strong></a>, nato a Montemurlo e formato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, che nel 1900 lascia la Toscana per raggiungere la capitale francese. Qui si afferma soprattutto nel campo della <strong>grafica d’arte</strong>, tra tavole illustrate, libri raffinati, riviste eleganti e stampe destinate a un pubblico colto e mondano.</p>
<p>Nel 1914 Brunelleschi realizza dodici tavole dedicate alle <strong>maschere della Commedia dell’Arte</strong>: un tema italianissimo, riletto però con grazia parigina. <strong>Arlecchino</strong> apre idealmente il sipario, mentre <strong>Trivellino</strong>, maschera meno nota dall’abito decorato con luna e stelle, lo chiude lanciando una rosa verso un pubblico immaginario. Ogni personaggio appare come un attore isolato sulla scena, sospeso in un mondo teatrale.</p>
<p>Per presentare queste tavole, Brunelleschi organizza nel proprio atelier una <strong>festa in maschera</strong>, invitando l’élite internazionale a vestirsi come i personaggi raffigurati. Già qui si comprende uno degli aspetti più seducenti del Déco: l’arte non resta sulla carta, ma diventa <strong>costume, festa, scena, vita mondana</strong>.</p>
<p><div id="attachment_31310" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31310" class="wp-image-31310 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/Gemini_Generated_Image_ogsp5vogsp5vogsp-625x469.png" alt="" width="625" height="469" /><p id="caption-attachment-31310" class="wp-caption-text">UMBERTO BRUNELLESCHI, Arlecchino, 1914, pochoir, Fondazione CR Firenze</p></div></p>
<h2>Maschere, Settecento veneziano e sogni d’Oriente</h2>
<p>Tra i temi più riconoscibili del gusto Déco di matrice francese vi sono due mondi apparentemente lontani: il <strong>Settecento galante</strong>, spesso declinato in chiave veneziana, e l’<strong>Oriente arabo, persiano e indiano</strong>, evocato attraverso abiti sontuosi, colori accesi e atmosfere da fiaba. Non sono ricostruzioni storiche fedeli, ma mondi reinventati, filtrati dal desiderio di evasione.</p>
<p><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/gino-carlo-sensani_(Dizionario-Biografico)/"><strong>Gino Carlo Sensani</strong></a>, artista senese attivo tra Firenze e Parigi, interpreta questo gusto in tavole raffinate dedicate a corteggiamenti, maschere e scenografie fiorite. Accanto a lui, il livornese <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-muller_(Dizionario-Biografico)/"><strong>Alfredo Müller</strong></a> dà vita a Firenze al ciclo delle <em><strong>Arlecchinate</strong></em>, dove i personaggi appaiono entro cornici a boccascena, come attori di un teatrino intimo e magico.</p>
<p>Colpisce pensare che molte di queste immagini di leggerezza nascano negli anni della <strong>Prima Guerra Mondiale</strong>. Non sono lo specchio diretto del tempo, ma forse il suo antidoto: una fuga nel sogno, capace di risarcire con la bellezza ciò che la storia stava distruggendo.</p>
<p><div id="attachment_31316" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31316" class="wp-image-31316 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/IMG_1155-1-625x469.jpg" alt="" width="625" height="469" /><p id="caption-attachment-31316" class="wp-caption-text">GINO CARLO SENSANI, Maschere, 1921, tempera su carta, collezione privata</p></div><div id="attachment_31313" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31313" class="wp-image-31313 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/IMG_1158-2-625x468.jpg" alt="" width="625" height="468" /><p id="caption-attachment-31313" class="wp-caption-text">ALFREDO MÜLLER, Arlecchinate, 1919-1921, olio su tela, collezione privata</p></div></p>
<h2>Feste, teatro e abiti d’artista</h2>
<p>A Firenze, la presenza di numerosi stranieri aggiornati sulle mode internazionali favorisce la diffusione delle <strong>feste in costume</strong>. Celebre è quella organizzata nel <strong>1914 a Villa Schifanoia</strong>, dove gli invitati si presentano secondo due grandi temi cari al Déco: il Settecento veneziano e l’Oriente persiano. La città dialoga così con Parigi non solo attraverso le opere, ma anche attraverso la vita sociale, la moda e il desiderio di trasformarsi.</p>
<p>Il <strong>teatro</strong> diventa un altro spazio privilegiato di questa fantasia elegante. Nel 1915, al <strong>Teatro della Pergola</strong>, va in scena <em><strong>Le falene. Il sogno di un Pierrot</strong></em>, spettacolo di beneficenza con scene e costumi di Brunelleschi. La trama è quasi evanescente: ciò che conta è l’atmosfera, fatta di leggerezza, moda, champagne e personaggi fantastici. Nel 1924 sarà invece Sensani a firmare i costumi per <em><strong>Il sogno di una perla</strong></em>, popolato da donne-pavone, figure egiziane, regine bizantine e creature immaginifiche. A recitare sono spesso membri dell’alta società fiorentina: il Déco entra negli ambienti aristocratici e li trasforma in palcoscenici.</p>
<h2>Gio Ponti e la Richard-Ginori</h2>
<p>Uno dei nuclei centrali della mostra è dedicato alla <a href="https://www.ginori1735.com/it/it/storia"><strong>Richard-Ginori</strong></a>, nata nel 1896 dall’unione tra la Richard di Milano e la Ginori di Doccia. Negli anni Venti, l’arrivo del giovane <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-ponti_(Dizionario-Biografico)/"><strong>Gio Ponti</strong></a>, direttore artistico dello stabilimento di Doccia attorno al 1923, porta nuova energia alla produzione.</p>
<p>Ponti guarda alla tradizione con curiosità instancabile: studia forme, modelli e materiali conservati negli archivi della manifattura, ma non li ripete mai in modo passivo. Il passato diventa materia viva da scomporre e reinventare. Emblematica è la <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/cista_(Enciclopedia-dell'-Arte-Antica)/"><strong>cista</strong></a>, forma derivata dal mondo etrusco: Ponti prende un oggetto nato in bronzo e lo trasforma in porcellana, mutandone il senso e la decorazione.</p>
<p>Tra figure femminili sospese su nuvole stilizzate, richiami all’antichità, suggestioni etrusche, accenti metafisici e ironie futuriste, Ponti costruisce un linguaggio <strong>colto e giocoso</strong>, profondamente italiano e modernissimo. Non rinnega la tradizione: la attraversa. Proprio questa capacità contribuisce al successo della Richard-Ginori all’<strong>Esposizione di Parigi del 1925</strong>, dove la manifattura ottiene il <strong>Grand Prix</strong>.</p>
<p><div id="attachment_31319" style="width: 479px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31319" class="wp-image-31319 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/Gemini_Generated_Image_4skbxo4skbxo4skb-469x625.png" alt="" width="469" height="625" /><p id="caption-attachment-31319" class="wp-caption-text">GIO PONTI per Richard Ginori, Cista “La Conversazione classica”, 1926-1927, porcellana, Manifattura di Doccia; GIO PONTI e LIBERO ANDREOTTI per Richard Ginori, Cista &#8220;La migrazione delle sirene&#8221;, porcellana, 1928, Castello Sforzesco</p></div></p>
<h2>Thayaht, l’arte come progetto totale</h2>
<p>Le <strong>mostre di arti decorative di Monza</strong>, inaugurate nel 1923, rappresentano un momento fondamentale per il rinnovamento italiano. Artisti e manifatture vi si incontrano per creare ambienti completi, nei quali mobili, ceramiche, tessuti, sculture e oggetti dialogano secondo un’idea unitaria di gusto moderno.</p>
<p>In questo contesto emerge <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/ernesto-thayaht_(Dizionario-Biografico)/"><strong>Thayaht</strong></a>, pseudonimo palindromo di <strong>Ernesto Michahelles</strong>. Fiorentino di origine svizzera, vicino al <strong>Secondo Futurismo</strong>, Thayaht sembra voler ridisegnare ogni aspetto della vita quotidiana: dall’abito all’arredo, dal logo all’oggetto domestico, dalla scultura al tessuto. Per lui l’arte non deve restare confinata nell’opera unica, ma può entrare nelle case, nei gesti e persino nel modo di vestirsi.</p>
<p>Il suo <em><strong>Violinista</strong></em>, pensato come perno di una sala presentata a Monza, restituisce bene questa ricerca: la figura resta riconoscibile, ma è trasformata in una forma dinamica, quasi astratta. Anche nelle piccole sculture, nei tessuti e nei materiali sperimentali, come la <strong>taiattite</strong>, si percepisce la volontà di superare i confini tradizionali dell’opera d’arte.</p>
<p><div id="attachment_31323" style="width: 478px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31323" class="wp-image-31323 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/IMG_1175-468x625.jpg" alt="" width="468" height="625" /><p id="caption-attachment-31323" class="wp-caption-text">THAYAHT, Violinista, 1927, pietra serena, collezione privata</p></div></p>
<h2>Pubblicità, moda e Made in Florence</h2>
<p>Negli anni Venti anche la <strong>pubblicità</strong> entra nel territorio dell’arte. A Firenze, litografie, tipografie e industrie traducono l’invenzione degli artisti in immagini brillanti, immediate, destinate allo spazio urbano. Tra i protagonisti vi è <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-landsmann_(Dizionario-Biografico)/"><strong>Lucio Venna</strong></a>, autore del manifesto per <strong>Incas</strong>, industria di cioccolato di Sesto Fiorentino: l’acronimo diventa un volto esotico, una testa “inca” i cui denti sono barrette di cioccolato. L’idea diventa immagine, il prodotto diventa personaggio.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-31341 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/671237130_1350052590492177_7918285517168574611_n-625x417.jpg" alt="" width="625" height="417" /></p>
<p>La <strong>Firenze Déco</strong> è anche una città del fare. Sartorie, botteghe e manifatture danno forma a un’eleganza nuova, nutrita di moda internazionale ma radicata nelle competenze artigiane del territorio. Gli abiti raccontano il cambiamento del dopoguerra: linee più morbide, gonne più corte, capelli alla garçonne, cappelli a cloche, sete leggere, tulle, perline e ricami geometrici.</p>
<p>Anche la scarpa acquista un ruolo nuovo, proprio perché gli abiti lasciano scoperta la parte bassa della gamba. In questo clima si inserisce <a href="https://fondazione.ferragamo.com/it/salvatore-ferragamo"><strong>Salvatore Ferragamo</strong></a>, che torna a Firenze nel <strong>1927</strong> dopo il successo americano, con l’idea di coinvolgere gli artigiani locali nella produzione di calzature destinate a un pubblico internazionale. Accanto alla moda, il viaggio diventa emblema di una società cosmopolita: le valigie di <a href="https://www.gucci.com/it/it/nst/history-of-gucci"><strong>Guccio Gucci</strong></a>, che apre la propria attività nel <strong>1921</strong>, uniscono funzionalità e artigianato fiorentino.</p>
<p>            <div class="event-card">
                <p class="event-cta">Partecipa con noi alla visita guidata condotta dalla curatrice Lucia Mannini: un’occasione speciale per scoprire da vicino il volto elegante, moderno e sorprendente della Firenze degli anni Venti.<br /><a class="event-title" href="https://www.abstrartfirenze.org/evento/firenze-deco/">Firenze Déco&nbsp;»</a></p>
                <figure>
                    <img width="625" height="469" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/03/immagini-sito-2026-03-17T153512.804-625x469.jpg" class="attachment-medium size-medium wp-post-image" alt="Firenze Déco" loading="lazy" />                </figure>
            </div>            
        </p>
<h2>La Tuta: l’invenzione di un nuovo abito</h2>
<p>Tra le invenzioni più folgoranti di Thayaht vi è la <a href="https://www.uffizi.it/opere/tuta-thayaht"><strong>Tuta</strong></a>, presentata a Firenze il <strong>7 giugno 1920</strong>. Pensata come abito semplice, economico e adatto a tutti, nasce da un’idea radicale: superare le distinzioni tra abito da mattina, da pomeriggio, da sera o da casa. La sua forma essenziale, costruita sulla lettera <strong>T</strong> tanto cara all’artista, immagina un modo nuovo di vestire, pratico e democratico.</p>
<p>Per lanciarla, Thayaht ricorre a una strategia sorprendentemente moderna: diffonde il cartamodello attraverso <em><strong>La Nazione</strong></em> e invita i fiorentini a cucire la propria Tuta e a indossarla per le vie della città. Piazza del Duomo, il centro e il piazzale Michelangelo diventano così una <strong>sfilata collettiva</strong>. L’esperimento avrà vita breve, ma resta un <strong>abito-manifesto</strong>, capace di portare la modernità dentro la vita quotidiana.</p>
<p><div id="attachment_31342" style="width: 479px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" aria-describedby="caption-attachment-31342" class="wp-image-31342 size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/IMG_1024-1-1-469x625.jpg" alt="" width="469" height="625" /><p id="caption-attachment-31342" class="wp-caption-text">THAYAHT, Taglio della Tuta, 1920 ca., tempera su carta, Museo della Moda e del Costume, Firenze</p></div></p>
<h2>La ceramica tra Oriente e anni Trenta</h2>
<p>Il percorso della mostra si chiude tornando alla <strong>ceramica</strong>. Dopo la stagione di Gio Ponti alla Richard-Ginori, lo sguardo si allarga alle <a href="https://www.galileochini.it/arte-della-ceramica/"><strong>Fornaci San Lorenzo</strong></a> di <strong>Galileo Chini</strong> e alla <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/cantagalli_%28Dizionario-Biografico%29/"><strong>Manifattura Cantagalli</strong></a>, due realtà fondamentali del territorio fiorentino.</p>
<p>Galileo Chini aveva fondato le Fornaci San Lorenzo nel 1896. All’<strong>Esposizione di Parigi del 1925</strong> ottiene importanti riconoscimenti grazie a un ambiente composto da rivestimenti, pavimenti, vetrine e oggetti in maiolica e gres. Nelle sue opere torna con forza il richiamo all’<strong>Oriente</strong>: vasi di gusto cinese, motivi giapponesi, pesci, uccelli, vegetazioni fitte, lustri e iridescenze. È un orientalismo prezioso e decorativo, perfettamente in sintonia con il Déco.</p>
<p>Alla fine del decennio, anche la Manifattura Cantagalli rinnova il proprio linguaggio. Decisivo è il ruolo di <strong>Flavia Cantagalli</strong>, che comprende l’importanza di coinvolgere gli artisti nella progettazione. Le ceramiche presentate alla <strong>Triennale di Monza del 1930</strong> mostrano strade diverse: dalle decorazioni ironiche di <strong>Maurizio Tempestini</strong> alle forme più essenziali di <strong>Romano Dazzi</strong>, dove si avverte già un clima nuovo, più severo e monumentale.</p>
<p>E così la mostra si chiude proprio dove il Déco comincia a dissolversi. Dal sogno delle maschere alla solidità della ceramica, dalle tavole parigine di Brunelleschi alla modernità di Thayaht, <em><strong>Firenze Déco</strong></em><strong> racconta una città inattesa</strong>: non immobile nel culto del passato, ma capace di reinventarlo con grazia, ironia e intelligenza. Una Firenze che, per un breve e luminoso momento, seppe trasformare la <strong>modernità in eleganza</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-31337 aligncenter size-medium" src="https://www.abstrartfirenze.org/wp-content/uploads/2026/05/11.-Firenze-Deco.-Atmosfere-degli-anni-Venti_Foto_Nicola-Neri-jpg-1-625x417.jpg" alt="" width="625" height="417" /></p>
<p><strong>Bibliografia:</strong><br />L. Mannini (a cura di), <em>Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti</em>, Firenze, Giunti 2026.</p></div>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.abstrartfirenze.org/blog/firenze-deco/">Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.abstrartfirenze.org">abstrART</a>.</p>
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