Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, part., Palazzo Medici Riccardi

Era il 17 aprile del 1459 quando Galeazzo Maria Sforza, figlio quindicenne del duca di Milano, giunse con il suo seguito a Firenze. Aveva un compito preciso e ufficiale Galeazzo Maria: omaggiare papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, anch’egli presente nella città gigliata e scortarlo oltre l’Appennino alla volta di Mantova, il luogo prescelto dal pontefice per quell’assemblea che gli avrebbe assicurato l’appoggio delle potenze europee contro la sempre più pressante espansione turca. Ma in realtà la visita dello Sforza aveva anche – e forse soprattutto – una forte connotazione politica: rinnovare l’antica amicizia con i Medici e rinvigorire strategicamente quell’asse Firenze-Milano tanto temuto dai restanti Stati italiani.
Il rampollo sforzesco, accolto con tutti gli onori da Cosimo il Vecchio, fu ospitato nel nuovo palazzo di via Larga, quel palazzo edificato da Michelozzo intorno agli anni quaranta del Quattrocento che, divenuto esempio del nuovo linguaggio rinascimentale, sancì fin da subito la potenza della casata. Non che ce ne fosse grande bisogno. Perché, di fatto, dal rientro del pater patriae dall’esilio nel 1434, i Medici muovevano le fila della politica e dell’economia fiorentine e neanche troppo velatamente.
Per l’arrivo dell’illustre ospite in città, si misero in piedi festeggiamenti davvero sorprendenti. In effetti, a ben pensarci, doveva essere il pontefice il maggior festeggiato. Ma pensate: quando il papa giunse in città, Cosimo non si fece nemmeno vedere, causa, disse, una brutta indisposizione. Il Piccolomini si irritò moltissimo e lamentò, in seguito, l’accoglienza poco calorosa dei fiorentini. I quali, invece, insieme al Medici miracolosamente tornato in salute, si misero tutti in ghingheri in onore di quell’adolescente milanese, curioso, vanitoso e sveglio. Un’impresa corale, quella messa in piedi da Cosimo, a dimostrare la grandezza della città di Firenze e il suo legame con la tradizione, pietra fondante per un futuro radioso.    
Sono tante le cronache che rendono testimonianza delle celebrazioni di quei giorni. Il tutto ebbe inizio, il 29 aprile, con una grandiosa giostra che si tenne, al solito, in piazza Santa Croce alla quale presero parte gli esponenti delle famiglie fiorentine di maggior spicco.
Si allestì poi un “bel ballo in Mercato Nuovo per onorare il figliuolo del duca” durante il quale “furonvi molte magnificenze, e molte ornate donne, e giovani”.
Momento tra i più curiosi fu poi la bandita di una stravagante caccia in piazza della Signoria, trasformata, nell’occasione, in una sorta di grande arena, con palchi tutto intorno, dentro la quale si dovevano affrontare gli animali: cinghiali, vacche, cavalli, bufali e persino una dozzina di leoni. A questi si era demandato tutto il divertimento: i felini dovevano animare la caccia, minacciare e predare; e invece se ne rimasero molli e pigri. Ma per fortuna erano state approntate due insolite attrazioni che risolsero la situazione: “una palla di legno, che ci stava drento uno, congegnata che andava con essa dove egli voleva per detta piazza a cacciare e detti lioni e gli altri animali” e “un animale di legname, grandissimo dove staranno più uomini dentro a muoverlo, et anderà per la piaza, sarà coperto di pelle, qui lo chiamiamo noi la giraffa, con un collo lungo, per far paura et far muovere quelli animali”.  
La sera stessa della caccia, a conclusione delle onoranze, si tenne una fastosa parata notturna allestita esclusivamente a spese della famiglia Medici e capitanata dal giovanissimo Lorenzo de’ Medici, allora appena decenne. In un quartiere illuminato a giorno, tra miriadi di torce e lampade accese, uno stuolo di cavalieri vestiti in gran pompa e di scudieri in livrea accompagnarono in via Larga, sotto la magione medicea, un grandioso carro con una colonna sormontata da lingue di fuoco e alla sommità un Cupido con tanto di ali, benda agli occhi, arco e freccia. Una vera e propria rappresentazione di un petrarchesco “Trionfo d’Amore” alla cui testa era Lorenzo, cavaliere nobile e filosofico: così il nipote adolescente di Cosimo il Vecchio, entrava nella vita pubblica fiorentina. Un vero e proprio atto simbolico che, considerata la salute cagionevole del padre Piero, già ammalato di gotta, equivaleva all’investitura di Lorenzo quale suo successore alla guida della città.
A sottolineare il valore politico delle cerimonie approntate dal Comune di Firenze ma in realtà orchestrate da Cosimo, fu, qualche mese più tardi, la commissione a Benozzo Gozzoli di un ciclo pittorico volto a evocare tutta una serie di eventi estremamente significativi per la casata medicea. E tra questi non poteva certo mancare il riferimento alla visita a Firenze del giovane rampollo sforzesco. Come lo sappiamo? Basterà osservare con attenzione la superba Cavalcata che si snoda sulle pareti della Cappella dei Magi nel palazzo di via Larga. Tra i personaggi inseriti in quella sorta di straordinaria galleria di ritratti dell’epoca, potremo riconoscere Galeazzo Maria Sforza, con i suoi eleganti abiti da parata sul suo bel destriero bianco; Pio II, con il tradizionale copricapo rosso, il camauro; Lorenzo dei Medici nelle vesti del mago Gaspare, riccamente abbigliato e alla testa del corteo; Piero il Gottoso e Cosimo il Vecchio in seconda battuta, alle spalle di colui che diverrà il Magnifico e che guiderà la città di Firenze nel suo periodo aureo.

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