Tiziano, Venere di Urbino, Galleria degli Uffizi

Il maestro che “dipingeva più con le dita che con i pennelli”

Quando si pensa alla pittura veneta del Cinquecento, non si può fare a meno di pensare a Tiziano Vecellio, suo massimo esponente.
Fine ritrattista, pittore ricco e famoso, ricercato da tutte le corti europee, Tiziano fu forse l’artista più versatile nell’Italia di quegli anni, anche in virtù del fatto che visse una vita eccezionalmente lunga per il tempo (1485-1576): la sua maniera ebbe modo di cambiare profondamente, tanto nello stile quanto nei generi. Era abile con i ritratti così come con i paesaggi, generi che gli portarono subito la fama, ma ebbe sempre cari anche i soggetti mitologici e religiosi.
Da giovane studiò con i fratelli Bellini, Gentile e Giovanni, legandosi poi in amicizia con il famoso Giorgione, la cui Venere dormiente fu, ad esempio, modello determinante per la Venere di Urbino della Galleria degli Uffizi.
Come tutti i pittori veneziani, anche Tiziano privilegiò sempre il colore sul disegno, contrariamente a quanto avveniva a Firenze, sviluppando una pittura tonale fatta di densi impasti e di forti accensioni luministiche.
Era solito preparare un fondo con numerosi colori per le sue opere, alternando pennellate massicce ad altre, “alle volte d’uno striscio di terra rossa schietta, e gli serviva (…) per mezza tinta; altre volte con una pennellata di biacca, con lo stesso pennello, tinto di rosso, di nero e di giallo, formava il rilievo di un chiaro, e con queste massime di dottrina faceva comparire in quattro pennellate la promessa di una rara figura”.
Stabiliti a livello di massima gli ingombri dei corpi, il maestro poneva i quadri semilavorati contro il muro, rivolgendo verso la parete la parte dipinta. Per due ragioni: la prima era connessa alla necessità di non mostrare a chi entrasse nell’atelier l’abbozzo dell’opera; la seconda doveva coincidere con la necessità di un assestamento dell’immagine nella memoria del pittore che doveva evitare così, immaginiamo, un confronto costante con il semilavorato.
Concluso questo primo periodo di elaborazione, che poteva durare anche alcuni mesi, Tiziano affrontava direttamente il quadro, sistemando le figure, togliendo o aggiungendo carne con una pennellata, in una sorta di conflitto con la tela che viene ben sottolineato dai suoi contemporanei: “Così operando, e riformando quelle figure, le riduceva alla più perfetta simmetria che potesse rappresentare il bello della natura, e dell’arte; e poi fatto questo, ponendo le mani ad altro, fino a che quello fosse asciutto, faceva lo stesso e di quando in quando poi copriva di carne viva quegli estratti di quinta essenza, riducendoli con molte repliche, che il solo respirare loro mancava, ne mai fece una figura alla prima (…) ma il condimento degli ultimi ritocchi era andar di quando in quando unendo con sfregazzi delle dita negli estremi de’ chiari, avvicinandosi alle mezze tinte, ed unendo una tinta con l’altra; altre volte invece con uno striscio delle dita pure poneva un colpo d’oscuro in qualche angolo per rinforzarlo, oltre che qualche striscio di rossetto, quasi gocciole di sangue, che invigoriva alcun sentimento superficiale, e così andava riducendo a perfezzione le sue animate figure. Ed il Palma mi attesta per verità che nei finimenti dipingeva più con le dita che con i pennelli”.
Sfrega dunque i colori con i polpastrelli, Tiziano, non definisce i contorni, crea come se lavorasse con la creta, il tutto nel desiderio di esprimere una palpitazione e un’intensità psicologica che oggi possiamo ben dire senza precedenti.

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