Museo del Bargello

Avea la ninfa forse quindici anni:/ biondi com’oro e grandi i suoi capelli, / e di candido lin portava i panni, / du’ occhi in testa rilucenti e belli, / che chi li vede non sente mai affanni;/ con angelico riso ed atti isnelli…

(G. Boccaccio, Ninfale fiesolano, 1344 ca.)

Il nome della valle che oggi racconteremo è legato a una romantica ma infelice storia d’amore cantata da Boccaccio nel suo “Il Ninfale”.
Mensola era una giovane fanciulla, ancella di Diana votata alla castità. Mentre un giorno era nel bosco insieme alle compagne, fu notata e subito ammirata dal pastore Africo che tanto fece da riuscire a sedurla e farla innamorare. Ma la colpa venne punita. Diana, accortasi del tradimento della sua protetta, la trasformò in un fiume. E il povero pastore? Anche a lui spettò stessa sorte della ninfa: toltosi la vita, venne mutato nell’omonimo torrente.
Ancora oggi Mensola e Africo camminano vicini, scorrendo dalle pendici fiesolane per gettarsi, poco distanti l’uno dall’altro, nelle acque dell’Arno.  
Ed è con il pensiero rivolto ai due amanti che noi daremo inizio a questa passeggiata che ci porterà a scoprire luoghi di antichissima origine e di bellezza straordinaria, luoghi a due passi dalla città, eppure fuori dal frastuono della vita metropolitana, che ci racconteranno storie di vita comune e ci presenteranno personaggi tra i più noti della storia, da Michelangelo Buonarroti a Gabriele D’Annunzio.
L’itinerario prenderà avvio davanti alla chiesa che ancora oggi porta il nome di questa valle, San Martino a Mensola, un edificio sorto nel IX secolo ma che deve il suo aspetto attuale a svariate ristrutturazioni avvenute tra la metà del Quattrocento e il secolo successivo.
Da qui, tra filari di campi, vecchi mulini e svelti cipressi ci avvieremo verso Corbignano, un antico borgo di fondazione romana dove dimorò – e forse nacque – Giovanni Boccaccio e dove abitarono, nel corso dei secoli, i tanti scalpellini impiegati nelle vicine cave di Trassinaia e di Maiano.
Furono proprio gli scalpellini e i tagliapietre che vollero erigere, sulla strada che li conduceva al lavoro, al termine dell’erta via che si è intrapresa e che ci condurrà a Settignano, un piccolo tabernacolo a devoto ricordo di uno straordinario e leggendario evento celeste che qui pare si fosse svolto: l’apparizione della Vergine a una giovane fanciulla di nome Vannella mentre pascolava le sue pecore. Alla giovane venne dedicato l’Oratorio che prese il posto del citato tabernacolo e che, ancora oggi, conserva al suo interno l’originaria Madonna in trono attribuita al giovane Sandro Botticelli.
Proprio in fronte all’Oratorio si apre un boschetto di cipressi con due panchine, da cui si può godere di una veduta privilegiata sul poggio di Settignano e su tutta la vallata.
Se contassimo i cipressi, ci accorgeremmo che sono esattamente trenta. Niente di strano, potremmo pensare. Eppure il numero non è casuale: esso commemora infatti la Congregazione del Trentesimo, così detta perché composta per l’appunto di trenta confratelli. La Congregazione era nata nella seconda metà del XVIII secolo e fin da subito era divenuta custode del santuario mariano, di cui ancora oggi si occupa attivamente.
Lasciatoci alle spalle questo luogo, piccolo eppure carico di storia, scenderemo nell’antico borgo di Settignano. Il paese che diede i natali a tanti artisti, era conosciuto e rinomato per la fiorente attività lapidea. La sua posizione geografica, a diretto contatto con le cave, aveva reso possibile la formazione di una vera e propria “scuola” di tagliapietre, di scalpellini e di scultori, tanto che, come attesta una lapide posta sul fianco della chiesa parrocchiale di Santa  Maria, proprio da Settignano “mossero per l’Italia e per l’Europa ornatisti, scultori, architetti e famiglie intere di artefici”.
Anche Michelangelo Buonarroti si educò in questo milieu artistico. Lui stesso ebbe a sottolineare, per bocca dello storiografo aretino Giorgio Vasari, l’importanza di questa “formazione”:
s’i’ ho nulla di buono nell’ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell’aria del vostro paese d’Arezzo; così come anche tirai dal latte della mia balia gli scarpegli e ‘l mazzuolo con che io fo le figure”.

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