Paolo Uccello, Ebbrezza di Noè, Santa Maria Novella

 Chi era Paolo Uccello 

Se dovessimo trovare un artista, a Firenze, rappresentante di quel momento storico che vide il passaggio dalla cultura cosiddetta tardogotica a quella del Rinascimento, non ci sarebbe alcun dubbio nel fare il nome di Paolo Uccello (Pratovecchio 15 giugno 1397 – Firenze 10 dicembre 1475). Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che il Nostro mosse i suoi primi passi nel mondo dell’arte nella bottega di Lorenzo GhibertiPaolo di Dono nacque da famiglia benestante: il padre, chirurgo e barbiere, apparteneva al casato dei Doni, distintosi nella vita politica fiorentina fra Tre e Quattrocento e noto oggi per aver commissionato, agli esordi del XVI secolo, il Tondo degli Uffizi a Michelangelo Buonarroti; la madre invece era di una famiglia di nobili feudatari, i Del Beccuto.

 

La formazione tra Firenze e Venezia

Ancora bambino, tra il 1407 e il 1414, Paolo fu mandato a formarsi nella bottega del Ghiberti, impegnato allora nella realizzazione della Porta Nord del Battistero di Firenze. Lì ebbe modo di conoscere e misurarsi con molti altri giovani artisti, tra cui Donatello e Masolino da Panicale, futuro collaboratore di Masaccio nella Cappella Brancacci al Carmine. Se ne partì poi per Venezia, dove lavorò a un mosaico raffigurante San Pietro, oggi non più esistente, per la facciata della Basilica di San Marco. Fu solo al rientro in città, intorno al 1425, che ebbe inizio la vera svolta artistica nel linguaggio di Paolo. Rimase infatti talmente affascinato dalla scoperta della prospettiva, codificata da Filippo Brunelleschi alla metà del secondo decennio del Quattrocento, da esserne segnato a vita.

Sarebbe stato “il più leggiadro e capriccioso ingegno”

 La prospettiva divenne infatti una sorta di ossessione. Almeno così pare leggendo la Vita che gli dedicò Giorgio Vasari“Paulo Uccello sarebbe stato il più leggiadro e capriccioso ingegno che avesse avuto da Giotto in qua l’arte della pittura, se egli si fusse affaticato tanto nelle figure et animali quanto egli si affaticò e perse tempo nelle cose di prospettiva; le quali, ancorché sieno ingegnose e belle, chi le segue troppo fuor di misura getta il tempo dietro al tempo, afatica la natura, e l’ingegno empie di difficoltà e bene spesso di fertile e facile lo fa tornar sterile e difficile, e se ne cava – da chi più attende a lei che alle figure – la maniera secca e piena di profili: il che genera il voler troppo minutamente tritar le cose, oltreché bene spesso si diventa solitario, strano, malinconico e povero, come Paulo Uccello, il quale, dotato dalla natura d’uno ingegno sofistico e sottile, non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili et impossibili; le quali, ancorché capricciose fussero e belle, l’impedirono nondimeno tanto nelle figure, che poi, invecchiando, sempre le fece peggio. […]”

 

L’ossessione per la prospettiva

Quale fu il “difetto” di Paolo Uccello, così chiamato perchè pare amasse riempire le sue tavole di volatili, quasi a riempimento dei vuoti, è facile dedurlo. Il nostro Paolo aveva cominciato ad applicarsi alla scienza della prospettiva in maniera così ossessiva da estraniarsi completamente dalla realtà. Ed era sempre così tutto preso dalla sua arte che la moglie “soleva dire, che tutta la notte Paulo stava nello scrittoio per trovare i termini della prospettiva, e che quando ella lo chiamava a dormire, egli le diceva: Oh, che dolce cosa che è questa prospettiva!”. Molto fu rimproverato dai contemporanei per questo uso smisurato della prospettiva. Tuttavia il risultato di questa sua ossessione furono una serie di opere straordinarie che dimostrano appieno il grado di perfezione raggiunto. Ne sono un perfetto esempio svariati suoi lavori, dal Monumento equestre a Giovanni Acuto nella cattedrale di Firenze alla Battaglia di San Romano degli Uffizi; dalla Caccia notturna di Oxford agli affreschi con Storie di Noè nel Chiostro Verde della basilica di Santa Maria Novella. 

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