David, Piazza della Signoria

Uscendo da Porta San Miniato, lungo la stradetta, che serpeggiando tra gli olivi, sale all’antico monastero, si vede sulla facciata d’una casa, un grande tabernacolo, da poco restaurato, che ricorda il perdono di Giovanni Gualberto
(P. Bargellini, Splendida storia di Firenze)

Siamo tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, in Toscana e più precisamente nei dintorni della città di Firenze. In quel tempo e in quel luogo dovette nascere Giovanni Gualberto, santo tra i più venerati dell’ordine vallombrosano, ma della cui vita poco si sa con certezza. Non conosciamo infatti l’anno della sua nascita e anche sulla famiglia di appartenenza c’è grande mistero, anche se i più lo indicano appartenente alla potente casata dei Visdomini. Poco si sa anche sulla vita giovanile di Giovanni, almeno fino a quando non venne ucciso un suo congiunto stretto, forse un fratello di nome Ugo. Da qui tutto ebbe inizio.
Com’era consuetudine all’epoca, infatti, dopo aver perso il fratello in un agguato teso probabilmente da una potente famiglia avversaria, il nostro Giovanni si impegnò a vendicarlo. E la vendetta arrivò presto. Un giorno riuscì a intercettare l’assassino appena fuori l’attuale Porta di San Miniato, mentre scendeva dal Pian dei Giullari alla chiesa di San Niccolò Soprarno. Il colpevole, vistosi perso e senza via di fuga, prima che Giovanni colpisse con il fendente finale, si inginocchiò e messe le braccia in forma di croce invocò pietà.
Giovanni depose allora la spada e decise di concedere il perdono, cosa assai rara all’epoca. Si recò poi nel vicino Monastero di San Miniato dove accadde il miracolo: alla domanda rivolta dal cavaliere alla Croce se avesse fatto bene a perdonare l’assassino del congiunto, il Cristo crocifisso annuì, in segno di approvazione. Fu l’illuminazione e Giovanni prese l’immediata decisione di entrare a far parte della comunità benedettina che aveva stanza nel Monastero adiacente, resistendo a ogni tentativo del padre di ricondurlo nel mondo. L’episodio, che unisce storia folclore e leggenda, segnò l’inizio di una straordinaria esperienza monastica, in un periodo cruciale della storia della Chiesa, percorso da forti tensioni e importanti istanze di rinnovamento.
Rigoroso nella sua fede e poco incline ai compromessi, dopo l’elezione simoniaca dell’abate Uberto per opera del vescovo di Firenze Attone (1032-1046 circa), lasciò la comunità e si mise alla ricerca di un nuovo monastero per servire autenticamente Cristo, non senza aver prima denunciato entrambi pubblicamente nella piazza fiorentina del Mercato Vecchio.
Se ne partì allora alla volta della Romagna e, dopo aver peregrinato per diversi monasteri e aver fatto breve sosta all’eremo di Camaldoli, decise di fondare, con l’incoraggiamento dello stesso priore di quel luogo, un nuovo istituto.
Ed ecco che Giovanni giunse a Vallombrosa, un luogo solitario sul versante toscano dell’Appennino, dove il giovane stabilì la sua dimora, unendosi a due eremiti già presenti sul posto e raccogliendo intorno a sé in poco tempo un gruppo di laici, chierici e monaci fuoriusciti da San Miniato e attirati dalla sua nuova forma di vita.
Ebbe inizio così il nuovo ordine vallombrosano che, nato evidentemente come eremus, si dette ben presto una solida organizzazione cenobitica, fondata sulla regola benedettina.
L’espansione del monachesimo vallombrosano fu immediata ed entro la metà del secolo vennero fondate moltissime abbazie, tra cui quella di San Salvi che divenne, a pochi  dalla sua fondazione, teatro dell’aspro conflitto tra Giovanni stesso e il vescovo di Firenze Pietro Mezzabarba, accusato dal nostro di simonia.   
La vittoria dei monaci, dopo essere stati colpiti a attaccati dalle truppe al servizio del vescovo, avvenne grazie alla leggendaria ordalia svoltasi a Badia a Settimo: qui il monaco Pietro avrebbe attraversato indenne il fuoco dimostrando il favore divino, da cui l’appellativo di “Igneo”. E finalmente, dopo l’approvazione papale, i vallombrosani conobbero un periodo di grande crescita e fortuna.

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