Giorgio Vasari, Lorenzo il Magnifico, Uffizi

I fiorentini son burloni, si sa. Ma immaginarci l’illustre Lorenzo il Magnifico, ago della bilancia della politica italiana del secondo Quattrocento, mettere in piedi uno scherzo di trama così complessa che “in quel tempo non si faceva altro in Firenze, che ragionare di questa cosa”, lascia davvero piacevolmente stupiti.

E se siete curiosi di conoscere la burla che Lorenzo ordì ai danni del povero Manente, uomo colto e di scienza, fisico e cerusico, ma anche grande appassionato di vino e di buon cibo, non vi resta che continuare a leggere!

Maestro Manente era uomo tanto piacevole e amante della compagnia quanto insolente e presuntuoso. Gran bevitore, spesso si presentava senza invito a desinare a casa del Magnifico. Tanta insolenza aveva alla lunga indispettito Lorenzo che, un giorno, si risolse a organizzare una burla per allontanare definitivamente l’importuno dalla sua dimora.
Una sera dopo cena, dopo che Manente aveva nuovamente approfittato della sua mensa, Lorenzo ordinò a due uomini mascherati di prelevare l’uomo, già completamente ubriaco e di nasconderlo per lungo tempo al buio senza mai rivelargli dove si trovasse. Allo stesso tempo Lorenzo chiese al “Monaco buffone” di vestire i panni di Manente, di trasferirsi a casa sua e di far credere ai vicini di essersi ammalato. E siccome in quel momento, in città, c’era una forte epidemia di peste, in pochissimo tempo si diffuse la voce che il medico si era ammalato di quel male terribile.
Ma la beffa non finì qui. Il secondo giorno, Lorenzo vi aggiunse un ulteriore tassello: fece trafugare a due staffieri il corpo di un francese che era morto in città e che era stato velocemente sepolto a Santa Maria Novella. Ordinò poi al Monaco e al suo medico personale, Nepo da Galatrona, anch’egli complice della diabolica burla, di far sapere a tutti che Manente era morto di peste. Tra il dolore dei vicini e dei famigliari, il presunto Manente che in realtà era il povero soldato, venne allora seppellito in uno degli avelli accanto all’ingresso principale di Santa Maria Novella.
Dopo qualche tempo il vero Manente, liberato, poté rientrare nella sua casa a Firenze. Ma tutti lo credevano morto e cominciarono a crederlo un fantasma. Disperato Manente chiese udienza al Vicario perché lo aiutasse a riappropriarsi della sua vita e soprattutto di sua moglie! Poiché la questione era piuttosto complicata, il Vicario chiese consiglio al Magnifico che, prontamente, insinuò il dubbio che effettivamente maestro Manente non fosse mai morto e che l’uomo che si era presentato di fronte a loro fosse in realtà uno spirito maligno.
Il Vicario ordinò allora di radunare nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Firenze tutte le reliquie dell’arcivescovado “buone a far fuggire i diavoli e a cacciare gli spiriti”. Maestro Manente fu portato davanti all’altare e fatto inginocchiare; due frati di San Marco allora cominciarono a intonare salmi e inni, a gettargli addosso acqua benedetta e incenso e a fargli toccare le reliquie. Ogni azione, però, risultava vana perché nessun mutamento era visibile in Manente. Si fece avanti allora un monaco vallombrosano, famoso esorcista, che iniziò un suo personalissimo rito su Manente, cominciando a malmenarlo per liberarlo dal demonio. Più il poveretto si lamentava e imprecava, più i colpi si facevano frequenti e dolorosi. Intervenne allora il medico del Magnifico, Nepo, che, nascostosi in chiesa per ordine di Lorenzo e ostentando un’autorevolezza e un carisma non comune, dichiarò a gran voce che maestro Manente era stato vittima dell’arte magica e della virtù diabolica. Nepo proseguì affermando che il fatto era facilmente dimostrabile poiché se si fosse controllato l’avello di Santa Maria Novella in cui si riteneva sepolto il Manente, vi si sarebbe invece trovato uno spirito malvagio. La folla si recò subito a Santa Maria Novella e grande fu lo sgomento quando, appena aperto il coperchio dell’avello, un grosso corvo nero ne fuoriuscì. In realtà il corvo, che si chiamava Carbone, era stato prelevato dalla colombaia della villa di Careggi del Magnifico e fatto collocare nella sepoltura il giorno innanzi. Subito la folla gridò al miracolo e nel giro di pochissimo si sparse la voce. E c’era chi giurava di aver riconosciuto le corna e i piedi d’oca.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi