Fiesole

“Questi (cigni) portano nella parte superiore del rostro verso la base una pallottola nera, e grossa quanto una ciliegia, e tal pallottola da’ cacciatori è chiamata il cece, e da esso cece vien creduto dal volgo, che i cigni siano stati da’ nostri antichi appellati ceceri”

Così il Vocabolario dell’Accademia della Crusca, nel 1612, definiva quella specie di cigno che si diceva abitasse, anticamente, le cime della più vasta area boschiva adagiata sui pendii del colle fiesolano, Montececeri appunto.
Oggi dei leggendari cigni non rimane alcuna traccia, ma una passeggiata tra i sentieri ombrosi di quel poggio, da cui si aprono scorci panoramici straordinari sulla città di Firenze e sulle colline circostanti, permette di tornare indietro nel tempo per raccontare storie, aneddoti e curiosità dei tanti personaggi che qui si trovarono a passare.   
E se ci piace immaginare Leonardo da Vinci e il suo assistente e collaboratore, Tommaso Masini detto Zoroastro da Peretola, tentare il volo dalla cima di Montececeri con la prima “macchina volante” della storia, altrettanto ci piace ricordare i tanti scalpellini e scultori che qui crebbero, si educarono e lavorarono.   
Perchè questo colle fu soprattutto miniera secolare di pietra arenaria, la cui estrazione fu, per molto e molto tempo, il vero motore economico, sociale e politico di tutto il territorio.
Ampiamente impiegata fin dai tempi etrusco-romani, la “pietra fiesolana” si prestava perfettamente tanto per opere architettoniche e monumentali, quanto per elementi di arredo civile, sacro e urbano e divenne nel tempo tanto nota e pregiata da spingere il governo mediceo ad attuare una severa politica di controllo dello sfruttamento. Tra il XVII e il XVIII secolo, infatti, le cave del fiesolano furono “bandite” e riservate esclusivamente ai monumenti fiorentini.
Ma Fiesole non forniva solo la materia prima; era fortemente richiesta infatti la manodopera specializzata che godeva di ottima reputazione già a partire dal Quattrocento: scalpellini fiesolani li troviamo a lavorare nel cantiere brunelleschiano della Sagrestia Vecchia in San Lorenzo, nel cantiere della fabbrica di Santo Spirito, in Palazzo Vecchio o in Palazzo Strozzi, solo per citare alcuni dei luoghi più noti e significativi della storia fiorentina.
Non sono però i nomi dei singoli scalpellini che noi conosciamo, ma quelli di intere famiglie che si tramandarono il mestiere di generazione in generazione, contribuendo in questa maniera al mantenimento della tradizione dell’estrazione e lavorazione della pietra fino ai primi decenni del secolo scorso, quando, causa principalmente l’avvento di nuovi materiali da costruzione, in particolare il cemento, le cave di Montececeri vennero chiuse.
Ma come avveniva l’estrazione della pietra? Come la trasmissione di mestiere? Quali le strade utilizzate per giungere poi in città con la pietra arenaria da sbozzare e lavorare? E quali le tracce e le cave ancora oggi rimaste?

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