Monumento funebre di Michelangelo

Nel gennaio del 1564 si teneva la prima riunione dell’Accademia delle Arti del Disegno nel capitolo del Monastero degli Angeli: era l’inizio di una nuova epoca, l’epoca dell’emancipazione degli artisti dallo spirito artigianale e della piena affermazione del valore intellettuale dell’attività artistica. Era l’occasione per sottolineare la nobiltà dell’impegno dell’artista e dunque l’elevazione del suo ruolo sociale.
Originata dalla trecentesca Compagnia di San Luca, nata a nuova vita intorno alla metà del Cinquecento grazie all’interessamento del frate servita Giovan Angelo Montorsoli, la novella Accademia, fortemente voluta da Giorgio Vasari, riconosceva nella figura di Cosimo I de’ Medici il “principe e Signor Nostro e Capo di tutti” e in quella di Michelangelo Buonarroti il “Padre e Maestro di queste tre Arti”.
L’occasione per la nuova Accademia di presentarsi pubblicamente si presentò pochi mesi dopo la sua fondazione. Il 18 febbraio del 1564, alla veneranda età di ottantanove anni, moriva nella sua casa romana il Buonarroti e le sue spoglie, trafugate dalla città papale dal nipote Lionardo con la complicità e l’assenso di Cosimo I, sarebbero arrivate a Firenze nel marzo di quello stesso anno.
Vi era dunque da decidere in merito alle esequie del “divino maestro” e alla sua sepoltura. Formalmente però. Perchè in realtà il Medici aveva già scelto, sotto l’insistenza del suo architetto di fiducia “Giorgino”, di affidare alla neonata Accademia la preparazione dei funerali dell’artista, la cui buona riuscita avrebbe poi decretato la commissione per la sepoltura nella basilica di Santa Croce.

Nei primi giorni di marzo fu eletto un comitato esecutivo delle esequie che riuscì composto da due pittori (Giorgio Vasari e Agnolo Bronzino) e da due scultori (Benvenuto Cellini e Bartolomeo Ammannati). L’artista Zanobi Lastricati venne nominato provveditore per i materiali e per le questioni finanziarie, mentre Don Vincenzo Borghini, Luogotenente dell’Accademia e Priore dello Spedale degli Innocenti, venne chiamato ad occuparsi del progetto iconografico del complesso apparato.
Pur avendo stabilito la data del funerale per l’aprile di quel 1564, esso venne celebrato soltanto il 14 luglio, causa le innumerevoli discussioni nate intorno al programma decorativo e i pressanti problemi di ordine economico.
Una prima controversia nacque in merito al luogo dove si sarebbe celebrato l’evento. Chi suggeriva la Sagrestia Nuova, chi invece la Biblioteca Laurenziana. La faccenda si risolse presto, optando, grazie a una speciale autorizzazione granducale, per la sistemazione del feretro nella navata centrale della basilica di San Lorenzo, luogo generalmente riservato ai membri di casa Medici, ai principi stranieri o ad alti prelati. Una scelta, quella della chiesa, tutta politica: le esequie di Michelangelo dovevano sì omaggiare l’artista geniale, cui veniva concesso stesso onore dei sovrani e delle più alte autorità, ma dovevano soprattutto evidenziare la benemerenza, la magnanimità e la nobiltà d’animo del granduca di Firenze.
Nacquero anche subito problemi di finanziamento. L’Accademia, con la somma ottenuta dalle offerte, non poteva pagare che una parte dei materiali necessari all’impresa; le sovvenzioni granducali promesse tardavano ad arrivare e fu solo grazie a un prestito dell’Ammannati che, dopo quasi due mesi, si potè dare inizio alle decorazioni, per la cui esecuzione erano stati selezionati dal Borghini, forse – se non soprattutto – per la gratuità della loro manodopera, giovani artisti fiorentini il cui unico compenso sarebbe stata l’ammissione all’Accademia, nonché il vanto di aver partecipato a un evento così prestigioso. In effetti già si sapeva che quelle esequie sarebbero passate alla storia; e lo si supponeva dalla ricchezza e dallo sfarzo profusi nell’allestimento dell’impresa che assunse dimensioni davvero titaniche.
L’apparato consisteva infatti in alto catafalco a gradoni, costituito da tre zoccoli degradanti verso l’alto e culminanti in una svelta piramide sulla quale era innalzata la statua della Fama a reggere tre trombe con una mano e tre ghirlande con l’altra. Su questa struttura di base erano poste pitture a chiaroscuro con rappresentazioni storiche e allegoriche, una moltitudine di figure simboliche, tutte inneggianti la figura di Michelangelo e un epitaffio scritto da Pier Vettori dedicato “all’eccellenza e virtù del maggior Pittore, Scultore e Architettore, che sia mai stato”.
Intorno al secondo basamento, assise ai piedi della piramide, vennero collocate le arti in cui il Buonarroti si era distinto. E fu proprio la sistemazione di queste statue che riaccese la polemica sulla preminenza delle arti apertasi a Firenze allo scadere degli anni Quaranta e risoltasi con l’ammonimento di Michelangelo stesso a “far fare loro una buona pace insieme, e lasciare tante dispute, dove va più tempo che a far figure”. Pensate: l’orientamento della statua della Scultura sul catafalco, decisa dal Borghini, fu causa dell’abbandono del comitato esecutivo da parte del Cellini che, per protesa, decise di non presenziare nemmeno alle onoranze funebri, adducendo come scusa un’indisposizione di cui sarebbe stato afflitto in quel tempo!
Ma al di là delle problematiche e delle polemiche, le esequie di Michelangelo furono uno degli eventi più spettacolari della Firenze granducale: la gente era accorsa in gran numero a onorare il divino maestro e giacchè non era possibile che tutta la città vedesse in un sol giorno il catafalco, fu data disposizione da Cosimo I che quello fosse lasciato in piedi per qualche settimana “a soddisfazione de’ suoi popoli e de’ forestieri, che da’ luoghi convicini lo vennero a vedere”.

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