Cecco d'Ascoli

Cecco d’Ascoli è un personaggio interessante, protagonista di una nota leggenda fiorentina, un uomo che già tra i suoi contemporanei aveva raggiunto una certa notorietà grazie alle sue doti di medico, astrologo e poeta.
Cecco aveva compiuto i suoi studi a Bologna, la cui università era un centro di primo piano della cultura astronomica e astrologica europea, in un momento in cui era stretto il legame che univa la didattica e la pratica delle dottrine astronomiche alle attività divinatorie vere e proprie. Un connubio non facile, poiché se è vero che le autorità politiche e militari ricorrevano spesso alle perizie astrologiche prima di intraprendere un’azione importante, al contempo l’interpretazione degli astri e dei loro influssi sulla attività umana e divina era in aperta contraddizione con la dottrina cattolica, che vi leggeva una limitazione del libero arbitrio.
Durante il suo soggiorno bolognese Cecco si dedicò non solo allo studio e all’insegnamento ma anche all’elaborazione di pronostici per le autorità comunali, trovandosi così inevitabilmente coinvolto nelle vicende politiche cittadine e schierandosi apertamente per la parte popolare e per la fazione ghibellina. Nel 1324, poi, arrivò la condanna dell’Inquisizione per i concetti contenuti nel suo Tractatus in sphaeram. Non sappiamo quale atteggiamento Cecco avesse adottato nel corso del processo, quello che è certo è che le conseguenze per lui non furono gravi, tanto che nel 1325 ottenne addirittura la cattedra ordinaria di medicina presso l’Università di Bologna. L’anno successivo decise comunque di lasciare la città, probabilmente per le inimicizie politiche sempre più numerose e per il rafforzamento del potere della fazione guelfa. Accettò quindi di mettersi a servizio del duca di Calabria, Carlo d’Angiò, divenuto signore di Firenze.
Le sue opere di astrologia, i suoi atteggiamenti stravaganti e la vicinanza sempre più stretta con il duca di Calabria, gli causarono in breve tempo molti nemici. La sua nomina a medico personale di Carlo d’Angiò, che appoggiava tra l’altro la politica del papato, provocò infine ulteriori imbarazzi. Nel settembre 1327 il tribunale dell’inquisizione di Firenze intentò contro di lui un nuovo processo. L’inquisitore era un frate francescano, fra Accorsio, che la tradizione indica anche come il primo lettore pubblico di Dante, incarico affidatogli dalla Signoria poco dopo la morte del poeta e che egli svolse ogni domenica nel duomo di Firenze. Egli riprese gli atti e le carte di Bologna e passò al vaglio tutte le opere di Cecco d’Ascoli, trovando “il suo libretto superstizioso, pazzo e negromantico sopra la Sfera, pieno di eretica falsità (…)”
Giudizi non lusinghieri si leggono anche nella Nuova Cronica di Giovanni Villani, che definisce Cecco “uomo vano e di mondana vita” pur riconoscendene il valore come astrologo, capace di rivelare “per la scienza di astronomia molte cose future, le quali si trovano poi vere”.

Avendo rifiutato di abiurare e non potendo più contare sull’appoggio di Carlo d’Angiò, che non voleva inimicarsi il papa e che probabilmente non aveva apprezzato l’oroscopo fatto alla figlia Giovanna, che la vedeva destinata a una vita di lussuria, Cecco venne condannato come eretico al rogo. La sentenza venne resa pubblica il 15 settembre 1327 nel coro di Santa Croce, e il giorno seguente il condannato venne arso sul fuoco, insieme a tutte le sue opere.
La fama di Cecco d’Ascoli non svanì con la sua morte, tanto che ancora oggi il suo nome è legato a una leggenda cittadina. Si racconta che durante il percorso che lo avrebbe portato al luogo del supplizio, il carro su cui viaggiava, esposto agli insulti e agli sberleffi del popolo, si fermò davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore. Stremato, Cecco chiese un sorso d’acqua ma una donna, che stava osservando la scena da una finestrella del campanile, gridò di non dargliela perchè grazie alle sue doti di alchimista la avrebbe di certo usata per salvarsi dalle fiamme del rogo. Risentito, Cecco si rivolse allora alla donna dicendole che sarebbe stata condannata a non levare mai più il capo da lì. Ancora oggi una testa in pietra fa bella mostra di sé, murata nell’antica torre campanaria.

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