Museo del Bargello

All’appressarsi che facciamo a questo tetro palazzo di barbara architettura, e che fu testimone di tanti strazi inumani, da’ quali la mente rifugge inorridita, ci sentiamo il cuore così concitato che, obliando il quieto e sicuro vivere presente, ci sembra per un momento di essere avvolti nelle fazioni e ne’ tumulti di que’ secoli tempestosi, ne’ quali da un momento all’altro potevamo esservi strascinati, per non sortirvi che morti…

(F. Fantozzi, Nuova guida della città e contorni di Firenze, 1842)

Alla metà del Tredicesimo secolo, precedendo di quasi cinquant’anni la realizzazione del palazzo della Signoria, si dette inizio alla costruzione del Bargello. La sua nascita fu strettamente legata alla storia della Firenze comunale: la sua edificazione fu infatti decisa in un periodo in cui la città si era risolta ad emanare una nuova costituzione che fu detta del “Primo Popolo” e con la quale si ribadiva la necessità di un governo retto da un Podestà forestiero. Anche per i processi si ritenne di affidarsi a persone estranee alla città e alle sue dinamiche, persone che potessero garantire una maggiore imparzialità di gestione, di controllo e di giudizio.
Il nuovo edificio, il Bargello, fu destinato proprio alla residenza del Podestà; ma divenne anche il luogo dove questa nuova figura istituzionale avrebbe dovuto svolgere la propria attività ed esercitare le proprie funzioni.
Fu solo nel 1574, nella Firenze granducale di Francesco I dei Medici, che il Bargello divenne la sede del Capitano di Giustizia, quel comandante della polizia che veniva chiamato appunto “bargello”. Ma in realtà già dall’inizio del secolo l’edificio aveva ospitato il Consiglio di Giustizia o Ruota e, ancora prima, gli Otto di Guardia e di Balia che furono il principale tribunale penale fiorentino per oltre un secolo dalla fine del Trecento.
Il Bargello insomma, con la sua svelta torre della Volognana, fu da sempre legato ai condannati, alla giustizia e alla tortura. Ed è di questa che oggi parleremo.
La tortura fu a Firenze, come in molti altri luoghi, non solo un terribile e disumano strumento di afflizione del condannato, ma anche e soprattutto un vero e proprio metodo di indagine che affondava le sue radici addirittura nella Grecia antica.
Si torturava, dunque, per avere informazioni e successive confessioni. Confessavano i colpevoli e confessavano gli innocenti nel disperato tentativo di sottrarsi a quel tormento, con il risultato spesso di un mancato effettivo riconoscimento delle responsabilità per fatti realmente commessi.
Spesso non si tentava neppure un normale interrogatorio per ottenere la confessione o semplici notizie sui fatti accaduti, ma si ricorreva direttamente al supplizio: intanto si torturava e poi, con maggior forza persuasiva, si ponevano le domande. Le urla di colui che era sottoposto a tortura, udite magari dagli altri arrestati, dovevano condizionare non poco l’esito degli interrogatori successivi!
Altre volte si arrivava alla tortura per gradualità: prima si avvertiva l’arrestato della possibilità della pena, il giorno successivo si procedeva con la tortura ed eventualmente con gli aggravamenti della stessa. Ma curiosamente non si accettavano confessioni o dichiarazioni ottenute sotto tortura. Perciò se la persona sottoposta a interrogatorio si decideva a parlare, si sospendeva il supplizio inflitto e le si consentiva di esprimersi liberamente e “senza costrizioni”. Ovviamente se le dichiarazioni non convincevano o non erano considerate sufficienti, la tortura riprendeva sotto le abili mani dell’incaricato, il boia.
E quali erano le torture più comuni? A Firenze la più antica e la più utilizzata fu certamente la “fune”, la regina dei tormenti. Durante l’interrogatorio era previsto che si legassero all’inquisito le mani dietro la schiena e che, mediante carrucole o corde, lo si sollevasse poi da terra con ben intuibili conseguenze per muscoli ossa e scapole. Il tempo della sospensione era variabile, da qualche minuto a un’ora, di modo che fosse possibile graduare l’intensità della sofferenza. E proprio per accentuare il martirio, si aggiungevano via via pesi ai piedi e al collo dell’inquisito.
Non solo. Altra tortura di grande utilizzo era quella dei “tassilli”, schegge di legno imbevute di pece che venivano conficcate sotto le unghie delle mani e dei piedi, prima di dar loro fuoco. La “ligatura” consisteva invece nel legare con una corda i polsi della persona sottoposta a giudizio e nello stringere poi la corda sempre di più, per mezzo di un argano, fino a slogare o rompere il braccio del malcapitato. Terribile era anche la “vigilia” o “veglia” che consisteva in una sorta di piramide di legno che terminava con una punta acuminata sulla quale veniva calato e quindi obbligato a sedersi l’inquisito che finiva così per essere impalato.
Queste solo alcune delle più inumane torture…

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