Vasari, Assedio di Firenze, Palazzo Vecchio

Il 17 febbraio del 1530 piazza Santa Croce divenne teatro di una delle più importanti sfide lanciate dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V che con le sue truppe, ormai da 4 mesi, assediava la città. Quel giorno il popolo di Firenze e gli stessi soldati che difendevano le mura dagli attacchi nemici, si mossero in corteo portandosi di fronte alla basilica francescana, formarono due squadre e, con grande orgoglio cittadino, giocarono la partita di calcio più famosa della storia.
Ma facciamo un passo indietro. Le ragioni che portarono all’assedio di Firenze rientrano in una intricata vicenda di politica internazionale che coinvolse l’Europa alla metà degli anni venti del Cinquecento e che ebbe come conseguenza più spaventosa il noto sacco di Roma, verificatosi nel maggio del 1527. L’allora papa mediceo Clemente VII, in virtù della recente alleanza con la Francia di Francesco I, vide la città pontificia messa a ferro e fuoco dalle truppe imperiali di Carlo V. Fu un’autentica carneficina, con licenza di saccheggio sulla città conquistata e di violenza inaudita sui cittadini inermi, carne da macello in un’orgia di sangue, fuoco, stupri, depredazioni e distruzione.
A Firenze la notizia del sacco di Roma fu in un primo momento tenuta nascosta dalle autorità. Il motivo di tanta segretezza risiedeva nel timore che i repubblicani in città, ostili alla dominazione medicea (la città era allora retta, con il benestare del papa, da Ippolito e Alessandro de’ Medici), potessero insorgere non appena saputo di Roma saccheggiata e di Clemente VII rinchiuso in Castel Sant’Angelo.
Le paure in effetti non erano infondate: all’udire la notizia del Sacco che non potè essere nascosta a lungo, i fiorentini colsero al volo l’occasione per far risorgere le antiche libertà repubblicane, costringendo i Medici ad abbandonare la città.
Rinacque così la Repubblica fiorentina, l’ultima della storia, fiera, intensa ma di vita assai breve. Cambiò infatti rapidamente il sistema delle alleanze internazionali: Carlo V e Clemente VII si riappacificarono, ottenendo ciascuno ciò che più desiderava, l’incoronazione papale l’uno, avvenuta a Bologna nel 1530, la riconquista di Firenze per i Medici l’altro.
Ed eccoci dunque tornati all’assedio della città gigliata. Un assedio lungo, estenuante che mise alla prova la cittadinanza: a causa del blocco delle principali vie di comunicazione, il prezzo delle derrate alimentari era salito alle stelle, con conseguente razionamento del cibo; alla fame si era aggiunta una gravosa pressione fiscale per sostenere le spese della guerra e ad aggravare la situazione la peste. Tuttavia i fiorentini, orgogliosi come mai, continuarono a scegliere la via della libertà.

Fu quello stesso orgoglio a spingere i fiorentini, nel febbraio del 1530, alla partita di calcio cui si è accennato e che venne giocata per lanciare un messaggio forte all’esercito dell’Impero.

“Agli diciassette (del febbraio 1530) – scrive Benedetto Varchi nella sua Storia fiorentina – i giovani, si per non intermettere l’antica usanza di giocare ogn’anno per carnovale, e si ancora per maggior vilipendio de’ nimici, fecero in sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi, giocando una vitella; e per essere non soltanto sentiti, ma veduti misero una parte de’ sonatori con trombe e altri strumenti in sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove dal Giramonte fu lor tratto una cannonata; ma la palla andò alta, e non fece male né danno a nissuna persona (…) e sì ancora per maggior vilipendio de’ nemici, la sfida data dai fiorentini, ormai stremati dai lunghi mesi precedenti d’assedio, doveva essere amplificata e ben comunicata”.

Nessuno sa come andò a finire quella partita, chi risultò vincitore tra Bianchi e Verdi, ma sta di fatto che essa fu la più grande dimostrazione di forza e di fiera appartenenza alla Repubblica che i fiorentini potessero dare.
Il 3 agosto 1530 la disfatta di Gavinana segnò la fine delle speranze della Repubblica e appena pochi giorni dopo tornò a governare la città, in qualità di duca, Alessandro de’ Medici.
Ma questa è un’altra storia.

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