Vasari, Assedio di Firenze, Palazzo Vecchio

L’orgoglio cittadino 

Il 17 febbraio del 1530 piazza Santa Croce divenne teatro di una delle più importanti sfide lanciate dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V che con le sue truppe, ormai da 4 mesi, assediava la città. Quel giorno il popolo di Firenze e gli stessi soldati che difendevano le mura dagli attacchi nemici, si mossero in corteo portandosi di fronte alla basilica francescana, formarono due squadre e, con grande orgoglio cittadino, giocarono la partita di calcio più famosa della storia. Ma facciamo un passo indietro.

 

Quel lungo 1530

Nell’inverno di quel 1530, Firenze, si è detto, era accerchiata da nemici. Le botteghe erano chiuse da tempo e le bocche dei fiorentini non vedevano cibo ormai da troppo tempo. Ma le difficoltà non avevano intaccato l’orgoglio della città che, in vista dell’arrivo dell’Imperatore, certo non in visita di cortesia, aveva assoldato parecchi mercenari (circa 8000) e si era dotata di nuove fortificazioni, in larga parte progettate dal noto Michelangelo Buonarroti. L’autore di quel David che era stato proprio danneggiato pochi anni prima: il suo braccio sinistro infatti era stato spezzato nei tumulti che avevano condotto alla cacciata dei Medici, nel 1527. La città, insomma, in quel 1530, era pronta a difendersi, confidando che la cinta difensiva fosse inespugnabile.

 

Perché la città venne assediata?

Le ragioni che portarono all’assedio di Firenze rientrano in una intricata vicenda di politica internazionale che coinvolse l’Europa alla metà degli anni venti del Cinquecento e che ebbe come conseguenza più nota il sacco di Roma, verificatosi nel maggio del 1527. L’allora papa Clemente VII, al secolo cardinal Giulio dei Medici, per essersi alleato con la Francia di Francesco I, vide la città pontificia messa a ferro e fuoco dalle truppe imperiali di Carlo V. A Firenze la notizia del sacco fu tenuta nascosta. Il motivo di tanta segretezza risiedeva nel timore che i repubblicani in città, ostili alla dominazione medicea (la città era allora retta, con il benestare del papa, da Ippolito e Alessandro de’ Medici), potessero insorgere non appena saputo di quanto stava succedendo a Roma.

 

Tutta colpa del sacco di Roma

Le paure in effetti non erano infondate: dopo che la notizia del Sacco riuscì a trapelare,i fiorentini colsero al volo l’occasione per far risorgere le antiche libertà repubblicane, costringendo i Medici ad abbandonare la città. Rinacque così la Repubblica fiorentina, l’ultima della storia, fiera, intensa e determinata, ma di vita assai breve. Ma, povera Firenze, il sistema delle alleanze cambiò rapidamente: Carlo V e Clemente VII si riappacificarono, ottenendo ciascuno ciò che desiderava, l’incoronazione papale l’uno, avvenuta a Bologna nel 1530, la riconquista di Firenze per i Medici l’altro. Ed eccoci dunque tornati all’assedio della città gigliata.

 

 I fiorentini messi a dura prova  

Cosa avvenne? Un assedio lungo, estenuante che mise alla prova la cittadinanza: a causa del blocco delle principali vie di comunicazione: il prezzo delle derrate alimentari era salito alle stelle, con conseguente razionamento del cibo e alla fame si era aggiunta una forte tassazione volta a sostenere le spese della guerra. Ad aggravare poi la situazione, la peste. Ma i fiorentini, come si diceva, orgogliosi come mai, continuarono a scegliere la via della libertà. Fu quello stesso orgoglio a spingerli, nel febbraio del 1530, a quella partita di calcio cui si è accennato e che venne giocata per lanciare un messaggio forte all’esercito dell’Impero.

Una testimonianza dell’epoca 

“Agli diciassette (del febbraio 1530) – scrive Benedetto Varchi nella sua Storia fiorentina – i giovani, si per non intermettere l’antica usanza di giocare ogn’anno per carnovale, e si ancora per maggior vilipendio de’ nimici, fecero in sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi, giocando una vitella; e per essere non soltanto sentiti, ma veduti misero una parte de’ sonatori con trombe e altri strumenti in sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove dal Giramonte fu lor tratto una cannonata; ma la palla andò alta, e non fece male né danno a nissuna persona (…) e sì ancora per maggior vilipendio de’ nemici, la sfida data dai fiorentini, ormai stremati dai lunghi mesi precedenti d’assedio, doveva essere amplificata e ben comunicata”

Come andò a finire?

Nessuno sa come andò a finire quella partita, chi risultò vincitore tra le due squadre, ma sta di fatto che essa fu la più grande dimostrazione di forza e di fiera appartenenza alla Repubblica che i fiorentini potessero dare. Il 3 agosto 1530 la disfatta di Gavinana segnò la fine delle speranze della Repubblica e appena pochi giorni dopo tornò a governare la città, in qualità di duca, Alessandro de’ Medici. Ma questa è un’altra storia.

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